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Allarme clima: 12 anni per cambiare il (nostro) futuro

L'Ipcc avverte: entro il 2030 è necessario tagliare del 45% le emissioni gas serra per sperare di contenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5°C

Chiesto dai Governi di tutto il mondo in occasione dell’Accordo di Parigi, è finalmente uscito (8 ottobre) il report speciale dell'Ipcc (l'ente scientifico di supporto alla Conferenza Onu sul Cambiamento Climatico) che affronta gli impatti socio-economico-ambientali a 1,5 gradi (inteso come aumento medio della temperatura globale rispetto ai livelli pre-industriali del 1880). Restare al di sotto di questa soglia è ancora possibile, sostiene la ricerca che accomuna migliaia di scienziati di tutto il mondo, serve però il massimo impegno da parte dei Governi: l'obiettivo deve essere in cima alle strategie nazionali e sovranazionali.

Siamo già a +1°C
“Mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro i 2 gradi, compiendo qualsiasi sforzo per restare sotto 1,5 gradi”, è l’ambizioso obiettivo che la comunità internazionale si è posta durante la Cop 21 del 2015. Dopo anni di lavoro, passati a raccogliere dati e informazioni sul clima, e mettendo in piedi scenari per comprendere meglio i danni collettivi legati a una “piccola” variazione della temperatura terrestre, arriva l’avvertimento dell’Ipcc: dobbiamo agire e dobbiamo farlo in fretta, abbiamo solo 12 anni per evitare conseguenze disastrose.
La cosa positiva è che “fisicamente” è ancora possibile arrestare il riscaldamento globale, ma è difficile. Dannatamente difficile, soprattutto in un contesto globale che vede gli Usa fare ancora opposizione (pure per l’approvazione di questo report), l’Australia non rinunciare al “carbone per la crescita”, la Cina che ritorna a costruire centrali inquinanti e il resto del pianeta in forte ritardo nel prendere decisioni drastiche sull’argomento. Lo dimostra il dato sulle emissioni globali: tornate a crescere lo scorso anno dopo un periodo di stabilità.
Secondo “Global Warming of 1,5°C” il mondo si sta scaldando in maniera non uniforme, basti pensare all’Artico che registra temperature pari a 2/3 volte la media globale. In generale, fino a ora la temperatura del pianeta è aumentata di circa 1°C (sempre rispetto al periodo pre-industriale).

1,5°C
Per mantenersi nel target, le emissioni di CO2 dovrebbero diminuire di circa il 45% tra il 2010 e il 2030 - da qui, i famosi “12 anni di tempo” -, in modo da raggiungere il principio della neutralizzazione al 2050 (in pratica, la quantità di gas serra prodotta deve essere totalmente assorbita dai nostri ecosistemi). Un percorso difficile, soprattutto se comparato all’obiettivo 2°C che richiede un 20% in meno di emissioni al 2030 e una neutralità da raggiungere solo al 2075.
Notevoli gli investimenti previsti. Si calcola che nel periodo 2015-2050 si dovranno orientare circa 900 miliardi di dollari l’anno verso la green economy, per il passaggio a tecnologie energetiche a basse emissioni di carbonio. Quantità comunque di molto inferiore rispetto ai costi (in termini monetari, di salute e benessere personale) che, per forza di cose, saremo costretti a sostenere come collettività nel caso scegliessimo di fare poco o nulla.
C’è poi il tema legato al carbon budget: quanta CO2 possiamo ancora emettere in atmosfera per centrare l’obiettivo? Secondo lo studio, ogni anno sforiamo di 42 Gt (giga tonnellate) la quantità di gas serra consentita, il nostro punto di equilibrio. Va detto che in questo campo ci sono diversi fattori ancora difficili da quantificare, che possono incidere in modo sensibile sul calcolo. Come lo scioglimento del permafrost e il conseguente metano rilasciato, capace di ridurre di tanto il budget a disposizione.
Al netto di questo discorso, quindi, e in base a quale temperatura media si prende come riferimento tra terrestre e marina (quella terrestre tende a salire più facilmente) non bisogna immettere in atmosfera più di 420/570 Gt totali, se vogliamo avere una probabilità del 66% di rimanere al di sotto di 1,5°C.

1,5°C vs 2°C
Che differenza passa tra limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C piuttosto che a 2°C? È praticamente questa la domanda a cui cerca di rispondere l’Ipcc con il suo studio. Mettiamo in chiaro una cosa: nonostante sembra si stia parlando di una piccola distanza (0,5), le differenze sugli effetti sono davvero sostanziali. Ondate di calore, siccità e desertificazione, perdita di biodiversità, innalzamento dei mari, acidificazione degli oceani e migrazioni di massa, perdite per il settore agricolo e industriale. Tutto passa, e si ingigantisce di molto, con una lieve crescita della temperatura che, essendo espressa come media globale, provocherà impatti maggiori in determinate zone del mondo, e meno in altri.
Si prevede, per esempio, che i livelli del mare aumenteranno di 10 cm in più con 2°C rispetto a 1,5°C. Ciò espone più di 10 milioni di persone alle inondazioni costiere: maggiore acqua salata e minore acqua dolce disponibile per l’agricoltura e servizi igienico-sanitari.
Per quanto riguarda le minacce a specie animali e vegetali, si calcola che sulle 105 mila specie prese in esame, diverse saranno costrette ad abbandonare le zone in cui vivono, riducendo così il numero di esemplari. Con mezzo grado in più, ci saranno grossi problemi per il 16% delle piante, l’8% dei vertebrati e il 18% degli insetti. Intaccando così la capacità degli ecosistemi di fornire beni e servizi necessari alla vita umana.
E ancora. La probabilità di un’estate senza ghiaccio ai poli aumenta di dieci volte, mentre si calcola che verrà scongelata una quantità di permafrost pari a 1,5/2,5 milioni di chilometri quadrati (area grande quanto l'Iran). Permafrost che più si scioglie e più rilascia gas metano in atmosfera, alimentando ancor di più il motore del cambiamento climatico. Un cane che si morde la coda, in pratica.
Duri i colpi all’ecosistema marino. Con 2°C possiamo dichiarare morte le barriere coralline (fondamentali per milioni di persone che dipendono da attività di pesca), mentre con 1,5°C se ne può salvare fino al 30% di quella esistente.
Un mezzo grado che impatta anche sulla povertà con costi che ammontano a diverse centinaia di milioni di dollari. E un mezzo grado che aumenta i rischi per la salute delle persone: espande le aree dove vivono alcini tipi di zanzare, responsabili della diffusione di malattie come la malaria e la dengue.
Non sfugge la produzione di cibo, che peggiora in modo significativo nella qualità e nella quantità, proprio nel momento in cui il mondo vedrà crescere in maniera esponenziale la popolazione ospitata: dai 7 miliardi odierni a circa 10 miliardi già entro il 2050.
Uno scenario che lascia immaginare quali siano i danni a cui va incontro l’intera economia globale.

Atto dovuto
“I Governi di tutto il mondo devono avviare cambiamenti rapidi, di ampia portata e senza precedenti e in tutti gli aspetti della società per evitare i disastrosi livelli di riscaldamento globale”, si legge dal report. È un “atto dovuto”. Verso l’umanità.
Inutile aggiungere altro.

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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