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Clima: il mare respira sempre meno

Arriva la conferma dalla Germania: la quantità di ossigeno presente nei nostri mari è in calo

Il livello di ossigeno presente nei nostri mari è diminuito in media del 2% in 50 anni (dal 1960 al 2010) ed entro il 2100 potrebbe diminuire fino al 7%. A lanciare l’allarme è lo studio tedesco del Geomar Helmholtz Centre for Ocean Research ed il colpevole sembra essere ancora una volta il cambiamento climatico, da sempre considerato dai ricercatori una minaccia per il futuro degli stock ittici.
La comunità scientifica aveva già previsto la deossigenazione dei mari, tuttavia si aspettava una conferma più tardiva, fissata per il periodo 2030-2040. Il report tedesco, invece, oltre ad avere il merito di mettere in relazione l’argomento al riscaldamento globale, anticipa (e di molto) anche i tempi.

Ma il 2%, sebbene può sembrare una piccola variazione, rappresenta solo un dato medio. 
Vi sono zone come il Pacifico, infatti, in cui il calo di ossigeno si è rivelato più drastico e questa non conformità è proprio la parte che preoccupa maggiormente i ricercatori. “I grandi pesci evitano di stare dove c’è un basso contenuto di ossigeno – ha dichiarato Sunke Schmidtko, tra gli autori del report – perché non sopravvivono in quelle zone. Questo è un fattore che potrebbe alterare l’equilibrio marino su vasta scala”.

Pesci grandi come tonni, squali e pesci spada, saranno maggiormente colpiti per via della loro maggiore dipendenza di ossigeno. Secondo lo studio, infatti, la quantità di ossigeno nei mari sarà sempre più circoscritta nelle zone di superficie modificando lo spazio a disposizione delle prede, concentrate in banchi sempre più ristretti, e soprattutto dei predatori, costretti ad una maggiore competizione per le fonti di cibo. Questo potrebbe innescare un effetto a catena fino a coinvolgere l’attività umana della pesca intensiva, come quella del tonno. La sostenibilità degli stock di tonno è oggi già messa in crisi da metodi di pesca che in larga parte non rispettano il tasso naturale di riproduzione della risorsa. Con la diminuzione dei volumi di ossigeno marini, in futuro il tonno sarà per forza costretto a vivere più vicino alle zone di superficie diventando ancor più vulnerabile.

Le perdite di ossigeno nell’oceano sono ritenute più pericolose rispetto a quelle in atmosfera perché  possono avere un impatto maggiore sulla biodiversità. L’ecosistema marino è fondamentale nella lotta al cambiamento climatico poiché assorbe più di un quarto delle emissioni globali di CO2. Report dopo report, sono sempre più chiari gli impatti generati dal riscaldamento globale e l’innalzamento del livello del mare è solo parte di un problema ben più grande. 
Il 30% delle barriere coralline (ecosistema col maggior tasso di biodiversità) globali è stato seriamente danneggiato e in questi giorni è stato lanciato un nuovo allarme dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration,) sul loro sbiancamento. L’acidificazione degli oceani (determinata dalla diminuzione di PH) è aumentata del 26% dalla rivoluzione industriale ad oggi. Da oltre un mese le temperatura delle acque sono 2°C più alte della norma. La temperatura dell’acqua determina i processi di migrazione e di riproduzione delle specie marine come il merluzzo, in fuga verso zone più fredde.
Tutto è messo in discussione dal cambiamento climatico, dall’ecosistema marino e costiero dipendono più di 3 miliardi di persone.

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Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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