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Deforestazione: in 17 anni nulla è cambiato

Lo dice il Global Forest Watch che, nel suo ultimo studio, mette in mostra pure le cause principali

Le foreste ci proteggono da calamità naturali, fungono da scudo contro il cambiamento climatico, salvaguardano la biodiversità, svolgono funzioni importanti come lo stoccaggio di carbonio, producono ossigeno e sono protagoniste di diverse attività a scopo ricreativo. Inoltre, in molti Paesi, sono strettamente legate alla crescita economica. Si pensi alla Svezia, ai suoi prodotti forestali e all’importanza che ricoprono nel settore turistico.
Per questo motivo, capire quali processi inneschino la deforestazione e conoscere i luoghi più martoriati dal fenomeno è diventata assoluta necessità. Meglio ancora se fatto in modo tempestivo, così da bloccare sul nascere la cattiva gestione di questo splendido patrimonio.
È proprio l’obiettivo del World Resource Institute (Wri) che, per avere un quadro completo della situazione, nel 2014 ha lanciato il “Global Forest Watch”. L’ultimo studio, reso noto tramite la rivista scientifica “Science”, non fornisce un messaggio rassicurante sull’argomento.
La piattaforma, grazie all’uso di tecnologie satellitari e all’analisi di migliaia e migliaia di immagini, è in grado di descrivere il tasso di deforestazione globale in tempo (quasi) reale.
Dal 2001 a oggi, possiamo dire che la deforestazione nel mondo ha continuato ad andare avanti a un ritmo pressoché inalterato, nonostante gli sforzi annunciati dai Governi di mezzo mondo, messi nero su bianco nei vari trattati internazionali.
"Conoscere se una foresta è in pericolo e per quale causa, è importante per capire come gestire questo patrimonio che svolge diversi ruoli cruciali per il nostro benessere. Come l’attività di stoccaggio del carbonio”, sostiene Nancy Harris, ricercatore del Global Forest Watch.

Tra le cause che hanno un impatto maggiore sulla perdita di suolo forestale troviamo la produzione di materie prime legate al processo di creazione della gomma, e la coltivazione di olio di palma, definite dallo studio le più “invasive, permanenti e distruttive”.
Circa 50mila chilometri quadrati l’anno di suolo coperto da foresta, pari al 27% del totale, viene modificato per soddisfare la produzione di nuove materie prime alimentari. Segue con il 26%, tra le cause che impattano maggiormente sul fenomeno, la silvicoltura. Gli incendi boschivi pesano per il 24%, mentre il 23% si riferisce al cambio d’uso del suolo, quando la foresta viene abbattuta per destinare quel terreno a scopi diversi da quelli citati finora. Meno dell’1% della perdita boschiva, invece, viene attribuito all’urbanizzazione.
“Qualcuno potrebbe essere sorpreso dal fatto che l’urbanizzazione incide in modo lieve sulla deforestazione globale”, sostiene sempre Nancy Harris, “ma ci sono idee sbagliate da parte del pubblico su questo, magari perché l'urbanizzazione è un cambiamento nel paesaggio a cui le popolazioni sono altamente esposte”.
I luoghi più esposti, che la ricerca dice andrebbero presi come riferimento, punto di partenza per sviluppare nuove politiche di tutela ambientale, si trovano soprattutto nel Sud-est asiatico e in America Latina. Per l’Asia, e in particolar modo in Malesia e Indonesia, resta la coltivazione di palma da olio la causa principale di deforestazione. In America, invece, pascoli del bestiame e coltivazioni a fila sono i fattori che maggiormente incidono sulla perdita.
“Centinaia di aziende si sono impegnate pubblicamente per la produzione sostenibile di prodotti globali come olio di palma, soia e carne bovina. Finalmente, con questo studio, possiamo quantificare la perdita di copertura degli alberi dovuta alla produzione di materie prime e valutare il progresso delle aziende nel rispetto dei loro impegni”, sostiene infine Harris che ammonisce: “purtroppo i nostri risultati mostrano che c'è ancora molto lavoro da fare”.

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Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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