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L'intrigo radioattivo del Mediterraneo

La Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha reso pubblici i documenti sulla vicenda italiana conosciuta come "nave dei veleni": relitti carichi di rifiuti affondati nel mistero

Se non si trattasse di rifiuti in fondo al mare, potremmo tranquillamente dire che la verità viene sempre a galla (prima o poi) e, come la maggior parte delle volte, si tratta di una verità scomoda.
La Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha deciso di desecretare i documenti che riguardano le cosiddette “navi dei veleni”, 90 relitti affondati nel mar Mediterraneo che potrebbero contenere rifiuti pericolosi per l’ecosistema marino e la salute umana. I documenti forniti dal Sismi (servizio informazioni e sicurezza militare) portano alla luce una storia di traffici illegali che parte dagli anni ’70 ed arriva fino alla metà degli anni 2000.

Storia di un “intrigo radioattivo”
Legambiente, WWF e Greenpeace lo definiscono proprio così: intrigo radioattivo. Perché in questa triste storia italiana c’è di tutto. Esponenti della criminalità organizzata, faccendieri, massoni, servizi segreti deviati, imprenditori e persino la morte della giornalista RAI Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio in un attentato proprio durante la loro inchiesta sul traffico di rifiuti. 
Tutto inizia negli anni ’70 quando una parte del mondo industriale italiana, sfruttando il buco legislativo dell’epoca, escogita una semplice soluzione per liberarsi dalla crescente produzione di rifiuti: trasferirli per via marittima nelle regione più a sud del mondo (Somalia, Guinea, Mozambico, Libano…) in modo da ridurre anche gli alti costi di smaltimento.
Pian piano, però, gli abitanti dei Paesi vittime di questo vero e proprio attentato cominciano a farsi sentire e, grazie al supporto del mondo ambientalista, costringono l’Italia a fare marcia indietro. 
Per questo negli anni ’80 partono la Jolly Rosso, la Zanoobia e la Karen B, ribattezzate come navi dei veleni, con l’obiettivo di recuperare gli scarti provenienti dal nostro sistema industriale per riportarli dritti al mittente. Ma qui viene la parte della storia ancora tutta da capire. Perché secondo il Sismi il traffico di rifiuti via mare è durato fino al 2005 nonostante le denunce da parte dei Paesi africani. E perché in questa storia che va da una sponda all’altra del Mediterraneo, oltre a quelle dei veleni, c’erano anche le “navi a perdere”: relitti affondati volutamente per mettere in atto una vera e propria strategia criminale. Una strategia doppiamente vincente perché se da una parte l’obiettivo era quello di far sparire il carico di scorie, così facendo, si potevano richiedere anche i danni per l’avvenuto “incidente” all’assicurazione, una vera e propria truffa. Sono diverse le coincidenze che accomunano la storia delle navi a perdere: affondate senza aver mai lanciato nemmeno un segnale di aiuto proprio nei punti più profondi del mar Tirreno e del mar Jonio e con l’intero personale di bordo mai ritrovato. Ma come mai i Paesi africani inizialmente accettarono questi carichi? L’Italia dava in cambio loro armi o li finanziava in qualche altro modo? E dove sono finiti i rifiuti tossici di cui parlano i documenti? Quante sono le navi affondate? Legambiente parla di 90 navi. Queste sono alcune domande di cui non si conosce ancora una reale risposta e su cui indagavano Ilaria Alpi e Hiran Hrovatin.

Una cosa però sembra essere sicura: la durata. Infatti, c’è una particolare nota inviata dal Sismi il 30 luglio 2003 alla presidenza del Consiglio dei Ministri e al ministro degli Esteri che segnalava l’arrivo a Mogadiscio di due navi cariche di rifiuti industriali e scorie tossiche.
Su questi temi e sull’intreccio tra i traffici di rifiuti e di armi, stavano lavorando la giornalista della Rai Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin – ha commentato Alessandro Bratti (presidente della commissione rifiuti) – che persero la vita in un agguato il 20 marzo 1994 proprio a Mogadiscio. Pensando al loro sacrificio e ai silenzi e depistaggi ormai accertati sulla loro morte abbiamo fatto uno sforzo notevole come commissione per individuare centinaia di documenti, inviando gli interpelli al governo per la declassificazione. E’ solo un primo passo, altri documenti diverranno pubblici presto, appena termineranno le procedure”.
E noi cercheremo di seguire da vicino la vicenda.

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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