ambiente4-1130x300.jpg

La Grande Barriera Corallina sta morendo

L'aumento delle temperature incide sulla capacità di resilienza della barriera corallina, l'ecosistema con il più alto tasso di biodiversità al mondo

La situazione per la Grande Barriera Corallina inizia a complicarsi già negli anni ’60 e ’70 quando fu costretta a difendersi della minaccia dell’oro nero.
Le industrie dell’estrazione avevano infatti messo gli occhi sulla zona perché ricca di sostanze organiche e, grazie anche al pieno appoggio dal governo australiano, erano pronte a mettere in atto la loro strategia di sfruttamento delle risorse. Fu solo grazie all’intervento degli australiani, coalizzati nella battaglia comune, che la barriera venne salvata dalla poco lungimirante scelta governativa.
In merito a quell’evento il poeta Judith Wright scrive: “Se non fosse stato per il sostegno pubblico dei cittadini australiani, la barriera corallina non avrebbe avuto più speranze di vita”.
Da allora il movimento a difesa del luogo più ricco di biodiversità presente sul pianeta è cresciuto di anno in anno ottenendo importanti successi. Uno fra tutti, il riconoscimento dello status di parco marino (il più grande della storia umana) che, di fatto, ha vietato le estrazioni petrolifere.

Lo sbiancamento dei giorni nostri
A più di 50 anni di distanza non sembra cambiato molto e, anzi, la condizione di stress di molti dei nostri ecosistemi è vicina al punto di non ritorno. Sembra essere il caso proprio della Great Barrier Reef dove le conseguenze negative dell’attività umana crescono di giorno in giorno.
Purtroppo, questa volta, tocca difendersi da un pericolo ben più grande, quello del climate change e non sembra possa bastare una semplice “rivolta popolare”, serve ben altro per mettere in salvo il prezioso ecosistema.
Il cambiamento climatico è un mostro tanto astratto quanto reale dove non esiste il singolo colpevole con il quale protestare e dove non c’è un responsabile da convincere.
Le ultime notizie che arrivano dall’Australia non lasciano spazio all’interpretazione: la barriera corallina è in fin di vita.
Le analisi sullo sbiancamento del periodo 2016-2017 hanno indotto gli scienziati a lanciare l’allarme: “È uno sbiancamento senza precedenti, ci sono solo piccole possibilità di recupero”.
La recente ricerca compiuta dall’Australian Research Council’s Centre of Excellence for Coral Reef Studies ha valutato lo sbiancamento di 800 ecosistemi corallini che si estendono per oltre 8000 km.
Secondo i ricercatori, nelle due ultime stagioni estive i due terzi della barriera corallina sono stati colpiti dal fenomeno dello sbiancamento di massa. Il picco si è osservato in un tratto lungo 1500 km, in particolare nelle regioni turistiche di Townsville e Cairns. In questo tratto per gli scienziati sembra non ci sia speranza di tornare indietro: “L’ecosistema ha perso la sua capacità di resilienza. Ma è ancora presto per fare una stima del numero totale di morti. Tuttavia una cosa è sicura: quest’anno lo sbiancamento continuerà a estendersi per almeno altri 500 km. L’unico modo per invertire la situazione è prendere decisioni di contrasto al cambiamento climatico” ha dichiarato Terry Hughes, tra i protagonisti dello studio.
I coralli si sbiancano quando vivono per lungo tempo in ambiente con temperature sopra la media al quale non sono abituati, questo incide sui livelli di resilienza dell’ecosistema che reagisce perdendo i suoi brillanti colori. Ciò che alimenta ancor di più le paure degli scienziati è che questo fenomeno ha continuato nonostante l’assenza di El Niño (a fine vita nel 2016 e assente nel 2017), evento climatico ciclico che contribuisce a far aumentare le temperature marine.

Il responsabile anche in questo caso è, quindi, il riscaldamento globale che determina il grado di acidificazione degli oceani. L’aumento dell’anidride carbonica in atmosfera, infatti, si ripercuote sull’aumento di CO2 disciolta nei nostri mari. Questo processo mette in serio pericolo non solo gli organismi presenti nella fascia tropicale e subtropicale ma tutti quelli che vivono e dipendono dall’ecosistema marino. 

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

Ultime pubblicazioni

Contattaci