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Houston, abbiamo un problema

L'uragano Harvey si abbatte sul Texas. Migliaia di sfollati e Houston sommersa: è un disastro

Centinaia di miglia di persone sperano nell’arrivo dei soccorsi, case allagate e vite distrutte, blackout elettrici per tutta la contea. Negli Stati Uniti una situazione così drammatica non si viveva dai tempi di Katrina, 12 anni fa.
Colpa dell’uragano Harvey e della sua potenza distruttiva capace di battere i record americani di pioggia venuta giù dal cielo. A Cedar Bayou, nell’Harris County dove vivono circa 4 milioni di persone, sono infatti caduti quasi 1300mm di pioggia (superato il precedente record del 1978 dove, sempre in Texas, ne caddero 1220mm), e in molte altre zone si è superata la soglia dei 1000mm.
Tutto è iniziato venerdì 25 agosto quando Harvey si abbattuto sul Texas ed in particolare sulla quarta città per abitanti degli Stati Uniti, Houston.
Stimato inizialmente come ciclone di categoria 4 (in base al suo potere distruttivo, su una scala che va da 1 a 5), Harvey è stato da poche ore declassato a tempesta tropicale. Ciononostante, rimane alta l’allerta. Sono attesi, infatti, ancora diversi giorni di pioggia – almeno fino a venerdì - accompagnata da forti venti (una tempesta tropicale è in grado di generare venti che superano i 100km/h). Harvey si sta ora dirigendo verso la Louisiana sudoccidentale facendo tremare pure New Orleans, già vittima dell’uragano Katrina nell’agosto del 2005.

I numeri del disastro
Al momento le autorità parlano di almeno 38 vittime ma, purtroppo, il dato è destinato ad aumentare, soprattutto alla luce delle centinaia di persone che risultano ancora disperse.
Il principale rifugio per accogliere gli sfollati è stato allestito nel centro congressi di Houston dove, però, a fronte di una capienza di 5 mila persone, sono già 9 mila le persone ospitate. In totale, sono quasi 30 mila gli sfollati fino ad ora.
Il sindaco di Houston Sylvester Turner fa sapere che rimangono ancora 3500 persone in balia delle inondazioni, che attendono speranzose l’aiuto da parte delle imbarcazioni e degli elicotteri delle forze dell’ordine.
Intanto sui luoghi della tempesta, ma non a Houston dove sono sospesi tutti i voli, è atterrato anche il Presidente degli Stati Uniti. “Un disastro di dimensioni epiche, ma abbiamo lavorato insieme come una squadra”, ha dichiarato Trump complimentandosi con il governatore del Texas Abbott e con Brook Long, capo della protezione civile Usa, per le misure emergenziali messe in piedi in così poche ore. Trump che poi ha aggiunto: “Vogliamo fare un lavoro esemplare, vogliamo essere guardati tra 5, 10 anni, e vogliamo essere ricordati, vogliamo che si dica: è quello il modo di farlo”.

Ma se Trump vuole davvero essere un esempio, deve ribaltare completamente le sue convinzioni. Il Presidente a stelle e strisce non può tirarsi indietro dal fare i conti con il cambiamento climatico. Perché, sebbene non sia il cambiamento climatico la causa della nascita dell’uragano Harvey, ne rappresenta comunque una componente cruciale per l’aumento della potenza distruttiva. E anche se servirà ancora del tempo per affinare le rilevazioni, tempo necessario a perfezionare l’analisi dei dati collegati ai fattori di origine antropica, già da ora la comunità scientifica è in grado di fornire considerazioni in merito.
Ad esempio, nel potenziare Harvey, di sicuro ha inciso l’altezza delle coste del Texas, lievitate di 15 cm negli ultimi decenni a seguito delle estrazioni petrolifere e del pompaggio delle acque sotterranee.
Ad aggravare ancora di più la situazione, pure l’aumento della temperatura superficiale marina del Golfo del Messico. Zona da sempre “calda” ma che, negli ultimi anni, ha visto crescere la temperatura media di superficie da 30° a 30,5°C. Mezzo grado che, seppur può sembrare una variazione di piccola entità, è in grado di influenzare la quantità di umidità atmosferica presente, vero e proprio carburante per il motore degli uragani. E non solo, la quantità di umidità influenza pure la mole delle precipitazioni e la possibilità di nuove e catastrofiche inondazioni: Houston è sotto gli occhi di tutti.
Insomma, se Trump intende davvero essere esemplare per il piano d’azione, non può fare altro che stravolgere le sue “politiche ambientali” e mettere in campo una seria e decisa lotta al cambiamento climatico. Perché le attività di prevenzione volte alla riduzione dei rischi di "nuove Houston" passano anche, e soprattutto, da piani di adattamento e mitigazione al climate change.
Altrimenti l’unica bufala che tra 5-10 anni verrà ricordata non sarà certo quella del cambiamento climatico. Sarà solo, e semplicemente, la promessa fatta da Trump.

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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