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La perdita di biodiversità mette a rischio il benessere collettivo

L’ultimo studio del WWF, il “Living Planet 2018“, è l’ennesimo campanello d’allarme da parte degli scienziati sulla difficile situazione in cui versano gli ecosistemi globali

Secondo il “Living Planet 2018” del WWF la pressione sull’ambiente è aumentata del 190% nel giro degli ultimi 50 anni. Il conseguente deterioramento del capitale naturale, e della sua capacità di offrire beni e servizi ambientali, ha quindi portato a un declino delle popolazioni dei vertebrati pari al 60%, e a una percentuale della superficie terrestre ancora in condizioni “naturali” del 25%.
In pratica, i tre quarti del pianeta sono già stati messi sotto scacco dall’attività antropica, in linea con quanto afferma la Commissione europea con il suo “Atlante mondiale sulla desertificazione” (già degradato il 75% del suolo terrestre e rischiamo di arrivare al 90% entro il 2050).
Il lavoro dell’associazione ambientalista mostra come l’attuale (sovra)sfruttamento delle risorse stia mettendo seriamente a rischio il nostro futuro e quelle delle prossime generazioni.
“Il Living Planet Report 2018 richiama ad un impegno deciso per invertire la tendenza negativa della perdita della biodiversità – afferma la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi -. Il mondo ha bisogno di una Roadmap dal 2020 al 2050 con obiettivi chiari e ben definiti, di un set di azioni credibili per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità. È necessario intervenire subito, già dalla 14° Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica del prossimo novembre (sarà in Egitto). È fondamentale un accordo globale, ambizioso ed efficace per la natura e la biodiversità”.
Già ci sono oltre 8mila e 500 specie a rischio estinzione e nello studio vengono identificate anche le diverse minacce all’equilibrio naturale.
Al primo posto le modifiche degli ecosistemi dovute al settore dell’agricoltura. Grossa parte di piante e animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili e anfibi) che si sono estinti dal 1500 ad oggi, circa il 75%, è infatti causato dall’insana gestione dei suoli trasformati per scopi agricoli. Restano comunque in prima fila il cambiamento climatico, che cresce nel suo potere distruttivo, l’inquinamento dell’aria e del suolo, la diffusione delle specie aliene invasive.

Il lavoro del WWF è solo l’ultimo di una lunga serie in tema di biodiversità, qualche esempio
Nel luglio del 2014, durante la decima COP che si era tenuta ad Aichi in Giappone, fu stipulato il “Piano strategico per la biodiversità 2011-2020: vivere in armonia con la natura” meglio conosciuto come i “Target di Aichi”, ma i report prodotti per l’occasione già ammettevano che “circa i due terzi degli obiettivi stabiliti all’interno dei Target di Aichi non sono raggiungibili al 2020”.
Nello scorso luglio (2017) è stata invece la rivista Science a fare il punto della situazione attraverso lo studio “Has land use pushed terrestrial biodiversity beyond the planetary boundary? A global assessment” dove veniva messo nero su bianco che nel 58,1% della superficie terrestre (dove vive il 71,4% della popolazione) la perdita di biodiversità è tale da compromettere la capacità degli ecosistemi di sostenere le società umane.
Prima ancora, nel 2013, il programma internazionale TEEB (The Economics of Ecosystems and Biodiversity) con “Natural Capital at Risk: The Top 100 Externalities of Business” monetizzava il danno prodotto dalle 100 principali esternalità negative globali generate dallo stress degli ecosistemi: il costo per la collettività è pari a 4700 miliardi di dollari l’anno.
Per il “Millennium Ecosystem Assesment”, rilasciato dalle Nazioni Unite nel 2005, il tasso di estinzione delle specie provocato dall’uomo è di 1000 volte superiore al tasso naturale negli ultimi decenni ed è scomparso il 35% delle mangrovie totali (le foreste di mangrovie sono tra le più efficienti per lo stoccaggio della CO2) e in alcuni Paesi si arriva persino all’80%.

Numeri che non possono essere certo smentiti e che ci pongono di fronte a un quesito: se siamo di fronte a un tema così capace di incidere sul nostro benessere, è forse il caso di iniziare a parlarne di più? Magari stimolando anche l’azione dei Governi?
Per la valutazione “Our House Is Burning: Discrepancy in Climate Change vs. Biodiversity Coverage in the Media as Compared to Scientific Literature” sì, la biodiversità “non interessa, e se ne parla troppo poco”: addirittura meno del cambiamento climatico.

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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