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Overshoot day: la fine delle risorse

Il primo agosto terminiamo le risorse messe a disposizione dal capitale naturale nel giro di un anno.

Negli anni ’70 non c’era alcun giorno dell’overshoot. La nostra impronta ecologica (indicatore che valuta il consumo di risorse rispetto al tasso di rigenerazione del capitale naturale), infatti, non superava la capacità di produrre nuove risorse da parte del pianeta.
Ma l’appetito vien mangiando e, da allora, la nostra fame è cresciuta a dismisura: negli anni ’90 l’overshoot day cadeva in dicembre, negli anni 2000 si presentava agli inizi di novembre, fino all’8 agosto del 2016 e al 2 agosto dello scorso anno.
Il 2018 non smentisce il trend: dal primo agosto avremo finito le risorse naturali che il pianeta mette a disposizione in trecentosessantacinque giorni.

L’aumento dei consumi pro capite, in particolare nei Paesi più sviluppati, e la crescita della popolazione mondiale, alla base del problema.
Prendendo in prestito termini economici, possiamo descrivere la situazione attraverso i concetti di domanda e offerta. In pratica, l’offerta di beni e servizi generati dall’ambiente, individuati dalla ricerca scientifica nei “servizi ecosistemici”, riesce a soddisfare la domanda della popolazione mondiale solo per alcuni mesi.
Come vivremo, quindi, da qui al 31 dicembre? A debito, andando a svuotare quegli “stock” naturali accumulati nel corso del tempo e privando di preziose risorse le generazioni future.
Uno stile di vita che necessita un cambio di paradigma perché, semplicemente, non può essere sostenuto ancora per molto dal pianeta. Basti pensare allo studio “Has land use pushed terrestrial biodiversity beyond the planetary boundary? A global assessment”, tanto per citarne uno, secondo cui nel 58,1% della superficie terrestre (dove vive il 71,4% della popolazione) la perdita di biodiversità è tale da compromettere la capacità degli ecosistemi di sostenere le società umane.
Senza dimenticare altri due importanti fattori: diverse nazioni stanno crescendo economicamente (ad esempio Cina, India e Brasile) e si preparano ad aumentare le proprie richieste di materie prime, nel 2050 sul pianeta vivranno circa 10 miliardi di persone.

Servono 1,7 Terre
La stima è del Global Footprint Network, l’organizzazione che in base ai consumi, agli sprechi, alle emissioni gas serra in atmosfera (è il parametro che incide maggiormente), alla degradazione del terreno - e così via… -, misura l’insostenibilità dell’attività antropica. Secondo l’organizzazione per soddisfare l’intera e attuale domanda mondiale di risorse servirebbero circa 1,7 Terre.
Ma c’è chi consuma più e chi consuma meno. A risultare “sostenibili” le nazioni più povere, quelle che ancora devono essere investite dal fenomeno della crescita economica. Tutte le nazioni sviluppate e quelle in via di sviluppo, invece, superano di gran lunga il proprio budget.
Se guardiamo al nostro Paese, ad esempio, per soddisfare il bisogno degli italiani solo con il terreno a disposizione servirebbero 4,6 Italie. Per gli statunitensi, invece, basterebbero 2,3 Stati Uniti. Dato che non deve però confondere: non significa che consumiamo più degli Stati Uniti ma che, semplicemente, hanno un territorio nettamente più vasto del nostro. Se infatti rapportiamo i numeri su scala globale, il quadro che viene fuori è decisamente diverso.
Perché sono proprio gli Stati Uniti a essere la nazione meno sostenibile al mondo: se tutti volessimo vivere come la nazione a stelle e strisce servirebbero addirittura 5 pianeti. Al secondo posto della classifica dei Paesi con la peggiore impronta ecologica spicca l’Australia con 4,1 Terre seguita da Corea del Sud (3,5 Terre), Russia (3,3) e Germania (3,0).
L’Italia, seppur lontana dai consumi d’oltreoceano, rimane in una condizione di forte insostenibilità: è decima in classifica con uno stile di vita che, se fosse attuato dall’intera popolazione mondiale, richiederebbe 2,6 Pianeti per sostenersi.
E, grazie a una rapida stima, possiamo tranquillamente affermare che, due pianeti e mezzo, proprio non li abbiamo.

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Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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