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Il 14% del cibo viene sprecato in fase di raccolta

In tutte le fasi della catena di approvvigionamento alimentare le perdite maggiori sono per frutta e verdura, a rischio Obiettivo 2 dell’Agenda 2030.

Un nuovo rapporto della Fao, lanciato il 14 ottobre, fornisce approfondimenti su quanto cibo viene sprecato nelle diverse fasi della catena di approvvigionamento alimentare.
Secondo “State of Food and Agriculture 2019”, a livello globale circa il 14% del cibo viene sprecato nella fase che va dalla raccolta alla vendita al dettaglio, anche per via delle attività aziendali di stoccaggio e trasporto. Le perdite alimentari variano considerevolmente sia da regione a regione, sia all'interno degli stessi gruppi di prodotti e fasi della catena di approvvigionamento.
Il rapporto offre una nuova metodologia per misurare attentamente le perdite in ogni fase della filiera alimentare, in modo da identificare i punti critici che impattano negativamente anche sulla sicurezza alimentare.
"Mentre proviamo a fare progressi nella riduzione della perdita e degli sprechi alimentari, possiamo essere veramente efficaci solo se i nostri sforzi sono informati da una solida comprensione del problema", ha affermato il direttore generale della Fao Qu Dongyu nel Rapporto, "come possiamo permettere che il cibo venga buttato via quando più di 820 milioni di persone nel mondo continuano ad avere fame ogni giorno?".

Perdite e sprechi sono generalmente più elevati per frutta e verdura rispetto a cereali e legumi in tutte le fasi della catena di approvvigionamento. Nei paesi a basso reddito, la perdita di frutta e verdura fresca è attribuita alle scarse infrastrutture rispetto ai paesi industrializzati, e spesso il motivo è da imputare alla mancanza dei magazzini refrigeranti.
Nonostante nella maggior parte dei Paesi ad alto reddito siano però disponibili adeguate infrastrutture, anche qui si getta ancora troppo cibo, per via di un “guasto tecnico”, della cattiva gestione della temperatura, dell'umidità o della mancanza di spazio.
In generale, i risultati indicano che è la raccolta la fase in cui avvengono le perdita maggiori, per tutti i tipi di alimenti.
La verità, sostiene lo studio, è che al momento ridurre queste perdite comporta alti costi per agricoltori, fornitori e consumatori. Servono misure necessarie per modificare i comportamenti rendendoli più virtuosi. Il Rapporto suggerisce l’inserimento di incentivi mirati, capaci di far aumentare i benefici economici per il player di settore, rendendo così remunerativa l’attività di salvaguardia dei beni alimentari.
“Senza un aiuto finanziario gli attori privati nei paesi in via di sviluppo, in particolare i piccoli proprietari, potrebbero non essere in grado di sostenere gli elevati costi iniziali associati all'attuazione di tali azioni. Il miglioramento dell'accesso al credito potrebbe essere un'opzione anche in assenza di informazioni dettagliate sulle perdite”, si legge infatti nello studio.
I governi devono poi analizzare gli interventi più efficienti da adottare, influenzando il processo decisionale attraverso vari tipi di azioni o politiche.
Infine, la Fao sottolinea che negli ultimi anni la fame nel mondo è tornata a crescere, mettendo così a rischio l’Obiettivo numero 2 dell’Agenda 2030 (sconfiggere la fame nel mondo). Le misure politiche devono mettere in campo anche una continua attività di monitoraggio, unico modo per capire se quel tipo di strategia sta producendo gli effetti desiderati.

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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