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Evoluzione adattiva, dove Darwin incontra l’architettura

Dalla pianta al tetto, edifici adattabili alle condizioni esterne: l’architetto Filippo Pagliani racconta il concetto di “evoluzione adattiva”

Individuare una teoria dell’evoluzione della progettazione e realizzare architetture capaci di rispecchiare, nella loro identità, l’etica della costruzione sostenibile. È stato questo lo scopo di Park Associati e dell’architetto Filippo Pagliani, intervenuto il 23 gennaio ad Isola Ursa, nel proporre e presentare la relazione “L’evoluzione adattiva”. Vediamo in cosa consiste.

Architetto Pagliani, spiegherebbe il concetto di “evoluzione adattiva”?

Noi abbiamo sviluppato una sorta di idea di metodo, abbiamo cercato di individuare quali potessero essere delle matrici nel progetto che potessero rimandare a quella che era un po’ la nostra poetica progettuale e anche una metodologia nel fare progetti. Siamo andati ad indagare nel parallelismo dell’evoluzione darwiniana del concetto di evoluzione adattiva delle specie, ovvero come queste si sono adattate a delle situazioni esterne oppure hanno trovato i modi per sopravvivere a delle situazioni estreme. Così, noi abbiamo cercato di trovare un parallelismo con quello che era il nostro modo di lavorare, andando ad analizzare ogni volta tutti gli ambiti che vanno ad incidere sul progetto in modo molto attento ed appunto analitico.

In che modo, quindi, viene applicato in fase progettuale?

Andiamo ad analizzare delle situazioni che abbiamo definito adattive, come se, tutte le volte, aprissimo il campo di azione del progetto e andiamo ad analizzare delle forme che ogni volta vanno ad adattarsi nel miglior modo possibile al contesto, al clima, alle difficolta che il progetto ogni tanto impone al suo intorno.

Un edificio così concepito che caratteristiche presenta?

Partendo dal basso verso l’alto: abbiamo individuato inizialmente il concetto legato al dialogo tra la pianta degli edifici e il contesto e quindi come la pianta, in questo dialogo continuo, sia urbano che periferico o più naturale, tende sempre ad aprirsi, ad integrarsi con delle particolari articolazioni morfologiche. Procedendo verso l’alto, invece, il concetto va ad applicarsi agli involucri degli edifici, quindi come l’involucro che storicamente è stato concepito come una sorta di pelle protettiva, oggi diventa una pelle adattiva a delle situazioni climatiche o delle situazioni esterne, dove esiste sempre di più interscambio tra interno ed esterno. L’edificio è così molto più in connessione con quello che è il mondo esterno rispetto alle concezioni del passato dove l’involucro era un qualcosa di esclusivamente protettivo. Infine, arriviamo al tetto degli edifici. Anche qui si osserva la trasformazione del concetto di tetto, da elemento altamente protettivo della casa, quasi a livello ancestrale, ad una sorta di emanazione del piano terra, diviene sempre più pubblico. Il tetto si trasforma così in una sorta di piazza sollevata, dove in alcune situazioni è proprio un affaccio sulla città, sulla natura.

Ci racconta qualche progetto condotto seguendo queste logiche?

Sì, i nostri due ristoranti itineranti, uno che si chiama “Qube” e l’altro “Priceless”, che incarnano un po’ tutti questi tre elementi in un’unica architettura. Presentano una pianta particolare e un tetto che si trasforma in involucro, nel senso che questi edifici sono delle costruzioni itineranti che noi abbiamo trasportato per le città e messo sui tetti di molte architetture iconiche, a Londra, a Milano in Piazza del Duomo o in Piazza della Scala, a Stoccolma sull’Opera House o sull’Arco di Trionfo a Bruxelles.

In termini di sostenibilità quali sono i vantaggi di questo approccio?

Il tema non è tanto il vantaggio. Tutto questo nasce da una domanda che ci siamo fatti e che stiamo continuando a farci, ovvero che oggi quasi non ha più senso parlare di sostenibilità del progetto. Il tema legato all’evoluzione adattiva è proprio riuscire ad individuare un metodo che in sé incarna, in modo quasi automatico ed istintivo, il concetto di architettura sostenibile. Quella che noi stiamo facendo è una critica: oggi non possiamo più parlare di architettura sostenibile come un’eccezione bensì come un dovere, l’unico modo per fare architettura. Fare architettura sostenibile deve essere la norma.

Autore

Simone Valeri

Simone Valeri

Laureato in Scienze Ambientali presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza, attualmente frequenta la laurea magistrale in Ecobiologia. Divulgare, informare e sensibilizzare per creare consapevolezza ecologica: fermamente convinto che sia il modo migliore per intraprendere la via della sostenibilità. Per questo, e soprattutto per passione, realizza un sito web (ecologicalrevolutionblog) ed inizia a collaborare con testate giornalistiche del settore.

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