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Alla COP della “vita o morte” la presidenza non rinuncia al carbone

Alle parole del segretario Onu fanno eco quelle del presidente polacco deciso a non mollare la forma più sporca per produrre energia

“La realtà ci dice che i cambiamenti climatici stanno procedendo più velocemente rispetto alle nostre azioni. Le conseguenze a cui assistiamo sono più gravi di quello che avevamo pensato, e il fenomeno si manifesta in una maniera più negativa rispetto anche alle più gravi previsioni scientifiche fatte in passato. Lo si vede ovunque, dai disastri naturali all’Artico, dalla fusione dei ghiacciai, all’aumento della temperatura del mare. Malgrado ciò, la volontà politica, un po’ ovunque nel mondo, è scemata”. Si apre con queste parole, pronunciate dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, la ventiquattresima Conferenza sul cambiamento climatico che per l’occasione si tiene in Polonia, a Katowice, fino al 14 dicembre. 
Quella del clima è già oggi una questione di vita o morte”, ha poi aggiunto Guterres.

Più che le parole del segretario Onu, sono risuonate, facendo discutere, quelle della Polonia. Nazione che non solo ospita la COP24 ma, come prevede la prassi, ne detiene per questo motivo la presidenza, ed è quindi un Paese in grado di orientare le negoziazioni. Il presidente polacco Andrzei Duda ha ammesso, con convinzione e davanti a una platea che voleva ascoltare ben altro, che la Polonia “non può uscire dal carbone” perché è una fonte energetica centrale “per il Paese e per la sovranità energetica dei polacchi”.
Il governo di Varsavia, infatti, produce ancora oggi l’80% dell’energia dal carbone, la forma più sporca e nociva per il sistema climatico, e punta al target del 50% entro il 2030. Nettamente più basso rispetto a quanto ha invece deciso la Commissione europea, che si è orientata al 40% (sempre entro quella data).

“Le parole del presidente mettono a rischio l’esito della Conferenza”, ha ribattuto il direttore polacco di Greenpeace Bohdan Pekacki. Associazione ambientalista che ha ricordato come sia urgente agire, soprattutto dopo il monito lanciato dall’IPCC che in sostanza ci dice che abbiamo solo 12 anni per invertire la tendenza e trasformare il sistema economico, se vogliamo davvero sperare di scongiurare gli effetti negativi che si avranno in un mondo che ha sforato il target di 1,5 gradi celsius (inteso come aumento medio della temperatura terrestre rispetto ai livelli registrati in epoca pre-industriale).

Bisogna, infine, ricordare che questa sarà però un’altra COP di transizione, come le ultime due di Bonn e Marrakech. In pratica l’obiettivo è perfezionare quello che nell’Accordo di Parigi di 3 anni fa venne definito il “rulebook” (il libro delle regole). Non si parlerà, dunque, di rivedere gli obblighi di riduzione delle emissioni gas serra – se ne inizierà a discutere dalla COP26 del 2020 - che le 195 parti hanno presentato a Parigi e che, ricordiamo, se messi in atto ci consegneranno un mondo più caldo di 3 gradi e oltre entro fine secolo, fallendo sia l’obiettivo 2 gradi che quello di 1,5 gradi.
Regole, però, da non prendere sotto gamba, perché fondamentali per la buona riuscita del percorso che il mondo intero, nessuno escluso, deve intraprendere. Sul tavolo, ad esempio, la questione spinosa dei finanziamenti da destinare ai Paesi poveri (100 miliardi di euro l’anno dal 2020), la trasparenza legata alla contabilizzazione delle emissioni gas serra, le questioni di genere e dei diritti legati al clima che cambia.

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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