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Epidemie, le attività umane ne aumentano i rischi

Dallo scioglimento dei ghiacci all’inquinamento, l’uomo alterando l’ambiente facilita la diffusione dei virus ed amplifica le conseguenze negative delle epidemie

Cinque anni fa, ghiacciaio di Guliya, Tibet: un gruppo internazionale di ricercatori dell’Università dell’Ohio si appresta a prelevare dei campioni di ghiaccio mediante carotaggi, spingendosi, in alcune occasioni, fino a 50 metri di profondità. Quel che è emerso dalle analisi rivelate nel gennaio di quest’anno, hanno fatto rabbrividire la comunità scientifica e non. 33 popolazioni di virus intrappolate nei ghiacci da un periodo compreso tra i 500 e i 15 mila anni. La scoperta ha dell’incredibile non solo perché significa che lo scioglimento dei ghiacci potrebbe potenzialmente liberare patogeni “preistorici”, piuttosto perché 28 dei 33 virus scoperti sono ad oggi totalmente sconosciuti.

Non solo, il ritrovamento di tracce del virus della Spagnola nei ghiacci dell’Alaska e di frammenti di DNA di quello del vaiolo in Siberia, confermano l’ipotesi che i ghiacciai rappresentano degli importanti serbatoi di microbi a livello globale.

Le attività umane, come è noto, hanno accelerato il naturale tasso di scioglimento dei ghiacciai ai poli: dalle 81 miliardi di tonnellate annue disciolte in mare negli anni ‘90 si è passati alle 475 di oggi, ha affermato una ricerca pubblicata su Nature dalla collaborazione internazionale Imbie (Ice Sheet Mass Balance Intercomparison Exercise).

“Lo scioglimento dei ghiacci - scrivono i ricercatori - potrebbe portare alla perdita di questi archivi microbici che possono rivelarci molto della storia del clima sulla Terra e nel peggiore dei casi, il fenomeno potrebbe liberare patogeni nell'ambiente".

Non è tutto. Abbiamo già parlato di come la distruzione degli ecosistemi rappresenti la principale alterazione antropica che facilita la propagazione dei patogeni e di come l’uomo abbia accelerato il salto di specie dei virus, ma anche l’inquinamento - purtroppo - fa la sua parte. Il ruolo dell’inquinamento nel segnare il decorso di un’epidemia è duplice: da un lato vi è l’ipotesi che il particolato fine faccia da vettore al virus facilitandone la diffusione, dall’altro c’è l’aspetto sanitario, per cui alti livelli di inquinamento rendono la popolazione più suscettibile alle conseguenze della malattia. Ed è proprio dall’osservazione diretta di quanto sta accadendo in un’Italia, alle prese con il Sars-CoV2, che queste teorie potrebbero essere confermate.

È stata trovata una correlazione significativa tra la distribuzione geografica dei superamenti giornalieri di PM10 in 110 province italiane e la diffusione dell'infezione COVID-19”, rende noto la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) in un suo documento di posizione. La diffusione e la mortalità del virus - spiegano - sono risultate nettamente inferiori a Roma e nell’Italia meridionale dove il numero di superamenti di PM10 è molto minore rispetto a quanto avviene nelle città situate nella Pianura Padana. Queste prime osservazioni - proseguono - suggeriscono che il particolato potrebbe essere considerato un indicatore della gravità dell'infezione da COVID-19 in termini di diffusione e risultati sulla salute”.

È bene precisare, tuttavia, che le considerazioni avanzate dalla SIMA non sono il frutto di una pubblicazione scientifica. Sono quindi necessari studi sperimentali al fine di valutare ed eventualmente confermare la possibilità che il particolato possa fungere da "vettore" per i nuclei virali e che la debilitazione fisica a carico di chi è esposto ad alti livelli di inquinamento aumenti suscettibilità e gravità delle infezioni.

Autore

Simone Valeri

Simone Valeri

Laureato in Scienze Ambientali presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza, attualmente frequenta la laurea magistrale in Ecobiologia. Divulgare, informare e sensibilizzare per creare consapevolezza ecologica: fermamente convinto che sia il modo migliore per intraprendere la via della sostenibilità. Per questo, e soprattutto per passione, realizza un sito web (ecologicalrevolutionblog) ed inizia a collaborare con testate giornalistiche del settore.

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