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Terremoti ed anidride carbonica, trovato un legame

Uno studio durato dieci anni ha evidenziato un legame tra la risalita di CO2 e i terremoti dell'Appennino

Una ricerca condotta da un team di studiosi afferenti a diverse istituzioni italiane ha dimostrato l’esistenza di una relazione tra la risalita di anidride carbonica dalla crosta terrestre e gli eventi sismici ricorrenti che affliggono l’Appennino del Centro Italia. Raccogliendo campioni di acqua sorgiva in diversi siti ad elevata sismicità - come nei dintorni dell’area in cui si è verificato il devastante terremoto de L’Aquila - ed analizzando i dati sismici tra il 2009 e il 2018, i ricercatori hanno dimostrato che la concentrazione di CO2 era maggiore in concomitanza con il verificarsi dei terremoti e diminuiva quando questi cessavano.

“L'evoluzione degli eventi sismici - spiegano i ricercatori - è possibile che venga regolata dalla risalita della CO2 accumulata nei serbatoi crostali e originata dalla fusione dei carbonati subdotti. Questo continuo processo - proseguono - favorisce la formazione di serbatoi ricchi di CO2 sopra-pressurizzati potenzialmente in grado di innescare terremoti a profondità crostale”.

In corrispondenza di terremoti di magnitudo 6 o superiore, le analisi effettuate hanno registrato elevatissime quantità di anidride carbonica coinvolte: in media 600 tonnellate metriche al giorno che scendevano ad una media di 400-500 tonnellate giornaliere quando l’intensità dei fenomeni sismici tendeva a diminuire. Oltre a questa scoperta, la vera novità dello studio risiede però nell’aver dimostrato una correlazione temporale tra i due fenomeni. Una correlazione spaziale, infatti, era già nota dagli anni ‘70 grazie agli studi del geologo statunitense Ivan Barnes che misero in evidenza come le emissioni di anidride carbonica “profonda” caratterizzano le zone sismiche di molte aree della Terra.

L’impressionante mole di dati raccolta dai ricercatori ha permesso in questo caso di dimostrare la relazione a lungo termine tra i due fenomeni. Inoltre, se l’aumento di pressione legato all’accumulo dell’anidride carbonica scatena gli eventi sismici, misurare le oscillazioni nelle concentrazioni del gas potrebbe consentire di prevederne in anticipo alcuni. In ultimo, ma non meno importante, i ricercatori suggeriscono che sarebbe opportuno integrare i modelli predittivi del riscaldamento globale con una fonte di emissioni in più, ovvero, proprio quella proveniente dalle acque sorgive. Nel corso del decennio di osservazione la quantità di anidride carbonica registrata è stata infatti tutt’altro che trascurabile: quasi 2 milioni di tonnellate!

 

 

 

 

Autore

Simone Valeri

Simone Valeri

Laureato presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" in Scienze Ambientali prima, e in Ecobiologia poi. Divulgare, informare e sensibilizzare per infondere consapevolezza ecologica: fermamente convinto che sia il modo migliore per intraprendere la via della sostenibilità. Per questo, e soprattutto per passione, inizia a collaborare con diverse testate giornalistiche del settore ambientale e si dedica alla realizzazione di video-report per raccontare piccole realtà virtuose dedite all'agricoltura sostenibile in Italia. 
 
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