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Incendio in Canada "senza precedenti": cosa sta succedendo?

L'Alberta, provincia del petrolio delle sabbie bituminose, colpita da un devastante incendio. Sono i cambiamenti climatici?
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  • Incendio Canada Alberta

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Al decimo giorno il rogo è ancora in corso: in Alberta, regione del Canada, l’incendio è divampato lo scorso 1° maggio, in concomitanza con un’eccezionale ondata di caldo. La popolazione di Fort McMurray, una città di 90.000 abitanti, è stata completamente evacuata. La portavoce di Rachel Notley, premier dell’Alberta ha comunicato le prime stime dei danni: circa il 10% della città è già stata distrutta, tra cui almeno 2.400 strutture. Intanto le fiamme continuano ad ardere, coinvolgendo un territorio di un’estensione di circa 200.000 ettari: corrisponde a 2.000 chilometri quadrati, circa due volte il territorio della città di Roma. "Questo incendio è senza precedenti", ha dichiarato alla CNN Mike Flannigan, professore all’Università di Alberta, che studia le connessioni tra cambiamenti climatici e incendi da alcuni decenni. "Questo è un esempio di quello che ci aspettiamo dai cambiamenti climatici”. Mentre è impossibile affermare che uno specifico incendio è una conseguenza diretta del riscaldamento globale, infatti, è possibile trovare una connessione con le nuovi condizioni climatiche che creano disastri più frequenti, più intensi e più distruttivi. Sempre secondo Flannigan, "in Canada, le aree soggette ad incendi sono più che duplicate dagli anni ’70. Abbiamo pubblicato studi scientifici sul nesso tra cambiamenti climatici ed incendi”. Negli stessi giorni dell’avvio delle fiamme, i ricercatori della Rutgers University Global Snow Lab hanno pubblicato dei risultati allarmanti: secondo i dati satellitari, nel mese scorso è stato verificato il picco minimo di estensione di neve nell’emisfero settentrionale di qualsiasi aprile degli ultimi 50 anni, con solo 27,9 milioni di metri quadrati di copertura. Il precedente record risale all’aprile 1968, con 28 milioni di chilometri quadrati. Mentre i fattori che hanno portato all’avvio delle fiamme rimangono sconosciuti, queste ricerche suggeriscono che le temperature miti di questo inverno possano aver causato lo scioglimento più veloce della neve. Secondo il climatologo David Robinson, che dirige il Rutgers University Global Snow Lab, la bassa estensione della neve avrebbe favorito una “stagione degli incendi” più secca e quindi, con maggiori conseguenze. Si sono quindi create le perfette condizioni per l’incendio: le temperature hanno raggiunto il valore record di 91 gradi Fahrenheit (32,78°C); un valore incredibile se si considera che il precedente picco di temperature registrato risale al 1945, con 82 gradi (27,78°C). Come ricorda Flannigan, l’intensità degli incendi dipendono da tre ingredienti: il carburante, nella forma di alberi o arbusti; una fonte, di solito un fulmine o un fattore umano; e venti caldi. “Quello che veramente conta è il mix — e quindi anche quanto sono secchi gli alberi, che determina se l’incendio inizia”. E non è il solo incendio nella provincia: secondo le autorità canadesi, ci sono altri 40 incendi in corso in Alberta, di cui 5 considerati fuori controllo. Per contrastarli, ci sono in azione più di 1.000 vigili del fuoco e 100 elicotteri, mentre continuano ad affluire vigili del fuoco e mezzi da tutto il paese. Se il Pianeta fosse una persona e avesse letto Dante, si direbbe che stia applicando la legge del contrappasso: infatti, proprio in Alberta sono localizzate le terze più grandi riserve di petrolio, dopo l’Arabia Saudita e il Venezuela. La provincia dell’Alberta conta per circa l’80% della produzione di petrolio canadese, con 4,4 milioni di barili estratti ogni giorno, prodotti dalle sabbie bituminose: una contestata tecnica estrattiva, costosa sia in termini economici che di impatto sull’ambiente e sulle emissioni di gas serra. Tanto costosa, che secondo le aziende, un prezzo del barile inferiore a 70 dollari non consente di trarre profitti dall'estrazione. Perciò da quando il prezzo del petrolio è diminuito (adesso è intorno ai 40-45$ al barile) le maggiori compagnie petrolifere hanno licenziato migliaia di lavoratori: la stima è di 40.000 persone licenziate dalla metà del 2014, di cui la maggior parte proprio in Alberta. L’incendio è un altro durissimo colpo all’economia locale e alla città di Fort McMurray, incentrata proprio sulle sabbie bituminose, con un ulteriore forte taglio alla produzione. Tanto impattante rispetto alle emissioni di gas serra, che il climatologo James Hansen aveva affermato in un famoso articolo sul New York Times che se il petrolio delle sabbie bituminose canadesi fosse completamente estratto, sarebbe "game over" per il clima. Intanto da oggi sembra che il meteo stia iniziando a collaborare, con temperature finalmente in discesa, ma le fiamme sono ancora “out of control” (fuori controllo) secondo il Dipartimento Agricoltura e Foresta dell’Alberta. Secondo Ralph Goodale, ministro federale per la Sicurezza e le Emergenze, “potremmo essere a un punto di svolta, ma è troppo presto per celebrare”.

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Autore

Letizia Palmisano

Letizia Palmisano

Giornalista dal 2009, esperta di tematiche ambientali e “green” e social media manager. Collabora con alcune delle principali testate eco e scrive sul suo blog letiziapalmisano.it. È consulente sulla comunicazione 2.0 di aziende ed eventi green e docente di social media marketing. In 3 aggettivi: ecologista, netizen e locavora (quando si può).

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