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Siberia, è disastro ambientale

Il cedimento di un serbatoio di carburante ha rilasciato oltre 20mila tonnellate di liquido inquinante nella Siberia settentrionale. Contaminati suolo, fiume e lago.

Un enorme serbatoio di diesel è crollato venerdì scorso in una centrale elettrica nella città di Norilsk, nella Siberia settentrionale, rilasciando 15mila tonnellate di carburante in un fiume e altre 6mila tonnellate nel suolo. La fuoriuscita, secondo gli organi statali russi, ha inquinato oltre 180mila chilometri quadri di territorio prima di raggiunger il fiume Ambarnaya (collegato al lago Pyasino, di vitale importanza per l’intera penisola di Tamyr), che per la triste occasione si è tinto di rosso.
Sull’incidente sono arrivate le dichiarazioni di Greenpeace Russia che lo ha definito come il più grande disastro avvenuto nell'Artico, paragonabile al quello “Exxon Valdez” al largo delle coste dell'Alaska nel 1989.
"Non ci sono mai stati sversamenti di questo tipo nell'Artico - ha dichiarato anche il comitato investigativo russo -. Il carburante deve essere raccolto rapidamente perché il combustibile si sta dissolvendo nell'acqua". Il portavoce dell'agenzia di pesca russa Dmitry Klokov, invece, ha già fatto capire che il ripristino del sistema idrico inquinato avrà bisogno di decenni per tornare alla normalità.
"La portata di questa catastrofe è stata sottovalutata - ha infatti dichiarato a un’agenzia di stampa russa -, la maggior parte del carburante è affondata sul fondo del fiume e ha già raggiunto il lago”.

Il cambiamento climatico, e non solo, dietro al disastro
L'incidente è stato provocato dal danneggiamento di un serbatoio di carburante di una centrale energetica, controllata dalla società Norilsk Nickel, un colosso della produzione di palladio, nickel, platino e rame. Secondo le prime ricostruzioni, i pilastri a sostegno della cisterna avrebbero iniziato ad affondare nel terreno a causa della fusione del permafrost sottostante, dovuta proprio all'innalzamento della temperatura. Il permafrost compre circa il 65% dell’intera Russia, che ricordiamo si scalda a una velocità maggiore rispetto alla media del pianeta. Si tratta di un terreno congelato da migliaia di anni che contiene al suo interno una quantità intrappolata di gas serra che se liberata renderebbe vano qualsiasi sforzo di lotta al cambiamento climatico. E la sua fusione è ormai iniziata, come documentato già diverse volte dalla comunità scientifica, un fatto che metterebbe a rischio pure l’integrità di tubi e strutture nel sottosuolo che attraversano le zone ghiacciate, come sostiene il ministero dell’ambiente russo.

Come spesso succede in questi casi, l’allarme è arrivato troppo tardi. Il gigante dei metalli ha infatti prima provato a contenere il danno da solo per due giorni e poi ha informato le istituzioni russe dell’accaduto. La società Norilsk Nickel sostiene che l'incidente potrebbe essersi verificato a causa della perdita di consistenza del terreno sotto la cisterna, minato nelle fondamenta dalla fusione del permafrost. Ma Alexei Knizhnikov del WWF, pur confermando i pericoli derivanti dalla fusione del terreno ghiacciati, ricorda che la gravità dell’incidente sarebbe stata comunque contenuta se la società avesse seguito le regole. Sul posto dell’accaduto non c’era infatti alcuna struttura di contenimento attorno al serbatoio di carburante, come invece previsto dalla legge russa. Seguendo dunque le regole si sarebbe potuto intrappolare la maggior parte del liquido fuoriuscito nel luogo dell’incidente. Motivo per cui "gran parte della colpa è da imputare alla compagnia", ha affermato infine Knizhnikov.

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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