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“Eni continua a puntare sui combustibili fossili”

Partito l’appello al Mise da parte di Greenpeace, Wwf e Legambiente: “mette a rischio gli obiettivi climatici, è una partecipata dello Stato, il governo deve intervenire”

Arriva proprio in piena COP24 – la Conferenza sul Cambiamento Climatico che si sta tenendo a Katowice, in Polonia (2-14 dicembre), non iniziata sotto i migliori auspici – l’appello al ministro Luigi Di Maio da parte di tre associazioni ambientaliste: Legambiente, Greenpeace e Wwf. Obiettivo è riportare all’attenzione del Ministero dello Sviluppo Economico le attività condotte da parte di Eni, la multinazionale “sempre più impegnata nel rilancio di fonti fossili in tutto il mondo a fronte di investimenti minimi nelle rinnovabili, in conflitto con gli impegni presi dall’Italia sul clima”, si legge nel documento.
Per le associazioni è assolutamente necessaria la riconversione del sistema energetico mondiale attraverso l’abbandono, in modo costante, delle forme più sporche per produrre energia, tra cui figurano, oltre al carbone, anche il petrolio e il gas naturale.
Questo, se davvero si vuole centrare l’obiettivo sottoscritto da 195 Paesi durante il summit parigino del dicembre 2015, limitando “l’aumento della temperatura media a 2 gradi celsius e facendo il possibile per restare nel target di 1,5 gradi d’aumento” (come stabilito dal Paris Agreement).

Nel percorso da intraprendere risulta fondamentale e necessario il cambio di strategia da parte delle grandi multinazionali del settore fossile, tra le quali figura anche Eni.
Nella lettera inviata il 7 dicembre al vicepresidente del Consiglio – firmata da Stefano Ciafani (presidente di Legambiente), Giuseppe Onufrio (Direttore Esecutivo Greenpeace Italia) e Donatella Bianchi (presidente Wwf Italia) – si sottolinea che gli investimenti dell’azienda “riguardano direttamente le scelte politico-istituzionali sul piano interno e internazionale del nostro Paese” ed è importante che “le scelte portate avanti dai Governi e dalle imprese controllate siano coerenti” con la direzione che l’Italia si è impegnata a prendere di fronte al mondo intero, soprattutto in un momento dove crescono gli impatti negativi prodotti dal riscaldamento globale.

Nel periodo post-Parigi, la compagnia petrolifera italiana è stata, per esempio, la prima al mondo a chiedere il permesso di esplorazione e trivellazione nei mari dell’Alaska, a seguito della decisione di Trump dello scorso anno di non voler rinnovare il bando precedentemente imposto da Obama sulle attività di ricerca in zone ad alto rischio.
Inoltre, l’Eni continua ad aumentare la sua produzione di petrolio (parliamo di migliaia di barili al giorno), che oggi coinvolge 71 Paesi del mondo, scelta “in evidente conflitto con gli impegni presi dal nostro Paese per combattere i cambiamenti climatici. Dal Governo ci aspettiamo un impegno concreto per aiutare il nostro Paese e il suo sistema di imprese ad accelerare nella direzione dell’innovazione e del cambiamento”.

Nel mirino anche il modo in cui la società a sei zampe investe e racconta l’utilizzo della componente rinnovabile: “è preoccupante inoltre che pure i minimi investimenti nelle fonti rinnovabili portati avanti da Eni coinvolgono anche l’uso di materie prime come l’olio di palma, che deriva da attività spesso connesse alla deforestazione e che contribuiscono in maniera rilevante alle emissioni di gas serra”.
“Non è più possibile accettare acriticamente le ripetute dichiarazioni sulla “sostenibilità climatica” del gas naturale, sui cui tanto Eni afferma di puntare – si legge infine nella lettera -. Numerosi rapporti confermano infatti che il computo complessivo delle emissioni di gas climalteranti connesse alle produzioni di gas naturale sono, e sono state, ampiamente sottostimate. Se l’utilizzo del gas è un elemento degli scenari di transizione energetica, la scala del proposto sviluppo di una ulteriore dipendenza dal gas naturale della nostra economia è contraria a ogni ipotesi ragionevole di tutela del clima e di indipendenza energetica”.

Una cosa è certa, di fianco alle politiche green, data l’urgenza che si ha di mettere in piedi azioni climatiche concrete e efficaci, come ci ha ricordato l’ultimo rapporto dell’Ipcc lo scorso mese, serve pure disinvestire il prima possibile dai combustibili fossili. La posizione dell’Italia, e quindi dell’intero “sistema Paese”, non può essere da “un piede fuori e uno dentro” gli impegni presi.
Motivo per cui le associazioni provano a incalzare proprio chi ha il potere (e di questi tempi anche il dovere) di imporre una visione. Resta da capire se, ancora una volta, la politica farà orecchie da mercante.

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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