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Nuovi record per il metano in atmosfera

Continuano a crescere le emissioni globali del gas “più climalterante”, aumentate del 10% negli ultimi 20 anni

Toccano nuove vette le emissioni di metano in atmosfera, con i combustibili fossili e il settore agricolo ugualmente responsabili. Secondo lo studio “Increasing anthropogenic methane emissions arise equally from agricultural and fossil fuel sources”, pubblicato il 15 luglio su Environmental Research Letters, negli ultimi due decenni le emissioni globali di metano sono aumentate del 10%, e nel 2017 avevano raggiunto quasi quota 600 milioni di tonnellate. L'agricoltura e i rifiuti hanno contribuito per il 60% a questo aumento e i combustibili fossili per il restante 40%, con una leggera diminuzione stimata per la combustione di biomasse e biocarburanti.
Va ricordato che il metano (CH4) è il secondo maggior responsabile del riscaldamento globale dopo la CO2. Lo scorso anno le concentrazioni in atmosfera avevano raggiunto 1875 parti per miliardo (ppb), in pratica due volte e mezzo più alte rispetto ai livelli preindustriali.

Ma quantificare le emissioni di metano è più complicato di quelle di anidride carbonica per una serie di motivi: è un gas serra più potente della CO2 di oltre 80 volte nell’arco temporale di 20 anni ed è “almeno 30 volte più potente in 100 anni”. Inoltre, può restare in atmosfera fino a 9 prima di scomporsi in CO2 e acqua, in seguito a reazioni chimiche. Pertanto, l'esecuzione delle simulazioni dei modelli richiede molto più tempo e il budget del metano viene aggiornato solo ogni due o tre anni.
“Il bilancio di metano è stimato utilizzando un duplice approccio”, spiegano gli autori dello studio, “l'approccio dal ‘basso verso l'alto’ utilizza i dati provenienti da singoli paesi su fonti umane, come uso dei combustibili fossili, il metano da bestiame, coltivazione del riso e discariche, dati combinati con simulazioni di altre fonti naturali di metano, come zone umide, incendi e termiti; mentre l'approccio ‘top-down’ utilizza simulazioni al computer per elaborare singole fonti di emissioni di metano da stime globali”.

I maggiori aumenti delle emissioni di metano sono stati osservati in Africa e Medio Oriente, Cina, Asia meridionale e Oceania, seguiti dal Nord America. L'Europa ha registrato un lieve calo principalmente a causa delle minori emissioni provenienti dal settore agricolo.
In base a questo studio, sembra che fino a oggi non ci sia una evidente prova che l’aumento di metano in atmosfera sia dovuto alla fusione del permafrost artico, che potrebbe rendere impossibile mantenere il riscaldamento globale entro il limite di 2° gradi Celsius di aumento medio della temperatura terrestre, rispetto ai livelli preindustriali (come stabilito dall’Accordo di Parigi). “Un fattore che una volta scatenato, potrebbe fungere da potenziale punto di svolta nel sistema climatico terrestre”.

Toccano nuove vette le emissioni di metano in atmosfera, con i combustibili fossili e il settore agricolo ugualmente responsabili. Secondo lo studio “Increasing anthropogenic methane emissions arise equally from agricultural and fossil fuel sources”, pubblicato il 15 luglio su Environmental Research Letters, negli ultimi due decenni le emissioni globali di metano sono aumentate del 10%, e nel 2017 avevano raggiunto quasi quota 600 milioni di tonnellate. L'agricoltura e i rifiuti hanno contribuito per il 60% a questo aumento e i combustibili fossili per il restante 40%, con una leggera diminuzione stimata per la combustione di biomasse e biocarburanti.

Va ricordato che il metano (CH4) è il secondo maggior responsabile del riscaldamento globale dopo la CO2. Lo scorso anno le concentrazioni in atmosfera avevano raggiunto 1875 parti per miliardo (ppb), in pratica due volte e mezzo più alte rispetto ai livelli preindustriali.

 

Ma quantificare le emissioni di metano è più complicato di quelle di anidride carbonica per una serie di motivi: è un gas serra più potente della CO2 di oltre 80 volte nell’arco temporale di 20 anni ed è “almeno 30 volte più potente in 100 anni”. Inoltre, può restare in atmosfera fino a 9 prima di scomporsi in CO2 e acqua, in seguito a reazioni chimiche. Pertanto, l'esecuzione delle simulazioni dei modelli richiede molto più tempo e il budget del metano viene aggiornato solo ogni due o tre anni.

“Il bilancio di metano è stimato utilizzando un duplice approccio”, spiegano gli autori dello studio, “l'approccio dal ‘basso verso l'alto’ utilizza i dati provenienti da singoli paesi su fonti umane, come uso dei combustibili fossili, il metano da bestiame, coltivazione del riso e discariche, dati combinati con simulazioni di altre fonti naturali di metano, come zone umide, incendi e termiti; mentre l'approccio ‘top-down’ utilizza simulazioni al computer per elaborare singole fonti di emissioni di metano da stime globali”.

 

I maggiori aumenti delle emissioni di metano sono stati osservati in Africa e Medio Oriente, Cina, Asia meridionale e Oceania, seguiti dal Nord America. L'Europa ha registrato un lieve calo principalmente a causa delle minori emissioni provenienti dal settore agricolo.

In base a questo studio, sembra che fino a oggi non ci sia una evidente prova che l’aumento di metano in atmosfera sia dovuto alla fusione del permafrost artico, che potrebbe rendere impossibile mantenere il riscaldamento globale entro il limite di 2° gradi Celsius di aumento medio della temperatura terrestre, rispetto ai livelli preindustriali (come stabilito dall’Accordo di Parigi). “Un fattore che una volta scatenato, potrebbe fungere da potenziale punto di svolta nel sistema climatico terrestre”.

 

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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