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Consumo di suolo: «in arrivo una legge inutile»

L’urbanista Vezio De Lucia è critico sul disegno di legge in corso di approvazione alla Camera e propone soluzioni per la tutela del suolo e la rigenerazione urbana
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    VEZIO DE LUCIA

Sono giorni cruciali alla Camera per la legge sul “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato”. Nel testo che dovrebbe essere approvato questa settimana si parla di valorizzazione e tutela del suolo “con particolare riguardo alle superfici agricole, alle aree sottoposte a tutela paesaggistica, al fine di promuovere e tutelare l’attività agricola, proteggere il paesaggio e l’ambiente, nonché contenere il consumo di suolo quale bene comune e risorsa non rinnovabile”. Si parla anche di “riuso, di rigenerazione urbana e di limitazione del consumo di suolo quali principi fondamentali in materia di governo del territorio”. Tutto bello, giusto, condivisibile sulla carta. Ma c’è chi ha sollevato e argomentato critiche: l’Anci, per esempio, ha espresso le sue perplessità per la complessità dell’iter procedimentale, che costringerebbe gli enti locali a revisionare la pianificazione urbanistica col rischio di un blocco delle attività. Tale posizione ha trovato il sostegno del presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, Giuseppe Cappochin. Che ha segnalato la “farraginosità e complessità” del ddl e ha portato l’attenzione a un intervento significativo mirato alla rigenerazione urbana e a politiche «finalizzate non solo al recupero edilizio delle nostre città, alla messa in sicurezza ed alla riabilitazione energetica del patrimonio edilizio, ma anche all’inclusione sociale, alla riqualificazione ecologica ed ambientale degli spazi urbani e dei territori metropolitani, alla mobilità sostenibile». Chi su questa legge da tempo ha espresso critiche è Vezio De Lucia. L’architetto, urbanista e personaggio che negli anni ha ricoperto ruoli istituzionali di primo piano sia a livello governativo che a livello locale, del consumo del suolo ne ha fatto e ne fa un tema di portata anche culturale. Giusto un anno fa lo intervistammo per sapere la sua opinione sul tema, quando ancora di proposte di legge ce n’erano diverse e anche allora non risparmiò critiche. E oggi, alla luce di quanto si sta per decidere alla Camera, la sua opinione in merito non cambia: «Confermo un giudizio molto negativo su questo disegno di legge, che tra l’altro è “anziano” in quanto fu presentato dall’allora ministro delle Politiche agricole Mario Catania nel 2012 e non ancora attuato. E non so se sarà mai approvato».

Vezio De Lucia (cortesia: Italia Nostra)

Quali sono i motivi che la portano ad avere un parere tanto negativo sul ddl?

Innanzitutto l’impianto è basato su un meccanismo a cascata, su quattro fasi: in estrema sintesi, la prima vede lo Stato definire la riduzione del consumo di suolo, nella seconda la quantità è fissata su scala nazionale e poi ripartita tra le regioni; nella terza si afferma che ciascuna regione suddivide la sua quota tra i Comuni; la quarta e ultima vede i Comuni riformare i piani regolatori. Si tratta di un meccanismo infernale che non darà nessun risultato proprio là dove effettivamente ce ne sarebbe bisogno, nei Comuni appunto, dove il consumo di suolo si manifesta con ritmi frenetici e dove generalmente il governo del territorio è trascurato, specie nel Meridione. Pur ponendo che il Governo provveda alla definizione del consumo di suolo su scala nazionale e pur considerando possibile che in tempi ragionevoli si attui la ripartizione della quantità tra le regioni, i problemi cominciano quando le regioni debbano suddividere questa quantità fra i Comuni e quando questi ultimi dovranno poi operare ciascuno sul rispettivo piano regolatore. Non è difficile immaginare che i tempi si prolungheranno all’infinito.

Perché succede tutto questo e quale potrebbe essere la soluzione?

Chi ha scritto il disegno di legge si è basato sul terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione in materia di “governo del territorio”. Si tratta di una disposizione che affida la potestà legislativa alle regioni, riservando allo Stato la sola determinazione dei principi fondamentali. Tutto ciò sortisce l’effetto a cascata sopra accennato. Come Eddyrburg.it (sito web indipendente che si occupa di urbanistica, società, politica – nda), nel 2013 proponemmo un disegno di legge che faceva sì riferimento allo stesso articolo, ma al secondo comma, e in particolare rimettendo l’esercizio di una potestà legislativa esclusiva dello Stato in materia di “tutela dell’ambiente”. E lo stop al consumo del suolo è esattamente un argomento che riguarda tale ambito.

La vostra proposta su quali punti s’incardinava?

Si basava su quattro articoli. In estrema sintesi, si diceva che ciascun Comune avrebbe dovuto provvedere entro un determinato periodo di tempo a perimetrare il proprio territorio tra superficie urbanizzata e non, ossia tra città e campagna. Secondo tale principio è stata pensata e attuata la legge regionale della Toscana, l’unica che blocca in modo efficace il consumo del suolo. Questo non significa stoppare ogni attività edilizia, ma concentrarla all’interno del perimetro urbanistico, dove operare tutte quelle operazioni di risanamento e di rigenerazione urbana che consentono sia di soddisfare bisogni residenziali sia di sistemare aree degradate.

A proposito di recupero di aree degradate, nel disegno di legge se ne parla, trattando anche del trattamento delle superfici agricole…

Entrambi sono dei peggiorativi. Si tratta di due commi aggiunti l’anno scorso, indipendenti dal congegno del risparmio del suolo. Anzi è addirittura un paradosso in quanto l’impianto della legge in discussione alla Camera è, come detto, basato sul terzo comma dell’articolo 117 che dà potestà legislativa regionale, ma in materia di rigenerazione si ritorna a parlare di priorità statale. E ancora peggio è il comma che tratta dei compendi rurali. Il disegno di legge avrebbe dovuto distinguere tra la città e la campagna. Quest’ultima deve rimanere tale e non pensare di isolare nuclei costituiti da fattorie dismesse e farle diventare a tutti gli effetti nuclei urbani, perché poi queste “eccezioni” si trasformeranno in “focolai” di urbanizzazione che poi sarà impossibile contenere col passare degli anni.

Di questo disegno di legge c’è qualcosa da salvare, a suo giudizio oppure c’è un’altra strada percorribile per tutelare il suolo?

Io salvo Mario Catania, l’allora ministro che presentò per primo il disegno di legge perché l’ha fatto con le migliori intenzioni possibili, pensando alla tutela della terra per la produttività agricola. Sarebbe interessante sentire lui ora, perché secondo me non si riconosce più in quanto poi è accaduto al suo impianto legislativo. Per quanto riguarda soluzioni alternative c’è sì una strada percorribile, rappresentata dai piani paesaggistici previsti dal codice dei Beni culturali e del paesaggio. La legge prevede che la loro formazione debba essere svolta congiuntamente da Stato e Regioni sulla base di indirizzi fissati dal primo attore. Allo Stato, infatti, spetta il compito di formare le linee fondamentali dell’assetto del territorio, deve fissare dei principi generali che devono valere per tutte le regioni e per tutti i piani paesaggistici d’Italia. Questo documento che dovrebbe guidare la formazione di tali piani non è mai stato fatto. Se invece si attuasse e in esso si scrivesse che “obiettivo della pianificazione paesaggistica e ai fini della tutela del paesaggio è quello di contenere o di bloccare il consumo del suol”o e che i piani paesaggistici fatti da regione e Stato devono essere conformi a questo principio, accanto ad azioni di promozione politica e culturale di questi piani, a mio parere si otterrebbe molto di più rispetto all’attuale ddl e nel giro di un paio di anni si potrebbero avere risultati concreti e con grande vantaggio per tutti.