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La lotta alla povertà passa per le foreste

Benefici e i costi derivanti dalla gestione delle foreste non sono distribuiti in modo uniforme, e la cosa va a discapito sempre di chi è più fragile e vulnerabile

Il tasso di povertà nelle aree rurali è più di tre volte di quello delle regioni urbane e, a questo ritmo, si rischia di avere 840 milioni di persone nel mondo che soffrono la fame entro il 2030, secondo il World Food Programme.
Ma può una gestione sostenibile delle foreste contribuire a un mondo più inclusivo? È ciò che dimostra il rapporto “Forests, Trees and the Eradication of Poverty: Potential and Limitations”, il quale illustra l'urgenza di ridurre la pressione umana esercitata sulla natura e sugli alberi.
Lanciato qualche giorno fa, lo studio consolida le prove scientifiche disponibili sull'ampia gamma di contributi che spiegano come le foreste siano in grado di incidere positivamente sulla lotta alla povertà e su altre politiche indirizzate alla massimizzazione del benessere collettivo.
Lo studio, frutto di un lavoro di due anni fatto da un gruppo di esperti composto da 21 ricercatori, spiega che la povertà non deve essere analizzata solo in termini monetari, ma anche in base all’accesso a determinati beni e servizi che garantiscono un certo livello di benessere e di inclusione sociale.
“Le foreste e gli alberi sono fondamentali per il benessere di molte persone povere del mondo, e forniscono una serie di beni e i servizi per mitigare il rischio derivante da future crisi – afferma il prof. Miller dell’Università dell’Illinois a capo dello studio -. Per garantire e migliorare questa importante funzione, dobbiamo proteggere, gestire e ripristinare adeguatamente le foreste e renderle più centrali nel processo decisionale politico. Anche se non esiste un'unica soluzione adatta a tutti problemi, abbiamo scoperto che tra le misure più efficaci per ridurre la povertà rientrano quelle che coinvolgono i sistemi agroforestali e la gestione delle foreste comunitarie".

In generale il rapporto fa presente che i poveri raramente sono in grado di cogliere la maggior parte dei benefici dalle foreste. Benefici e i costi derivanti dalla gestione delle foreste non sono distribuiti in modo uniforme. Per esempio, in molte zone dell’Africa legname e turismo sono i principali contributori ai conti economici nazionali, ma invece dei benefici a livello locale ricadono soprattutto i costi. “Ci sono diversi studi che dimostrano che le aree protette possono ridurre la povertà, in particolare dove esistono opportunità di ecoturismo (per esempio in Costa Rica e Thailandia) e dove le persone locali sono coinvolte come parti interessate – continua Miller -. Tuttavia, spesso sono coloro che stanno meglio ad avere maggiori probabilità di trarne vantaggio, aggravando così le disparità di reddito locale”.
Il rapporto sottolinea che una soluzione è data dalla creazione di cooperative organizzazioni di produttori locali. Per esempio, nella catena del valore del “karitè” (albero da cui si ricavano olio e burro di karitè) del Burkina Faso, composta prevalentemente da lavoratrici, il 76% delle intervistate ha notato miglioramenti nella loro situazione finanziaria come risultato della loro partecipazione a gruppi di produttori. “Un sindacato di karitè ha contribuito a costruire il capitale sociale di molti membri e rafforzare la coesione anche se le divisioni sociali lungo le linee di genere, età ed etnia influenzano ancora i processi di inclusione ed esclusione da questa importante catena del valore dei prodotti forestali”, aggiunge infine Miller.

Autore

Ivan Manzo

Ivan Manzo

Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo e giornalista per Giornalisti nell’Erba. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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