Pesca sostenibile

Pesca e acquacoltura ecosostenibili. Utopia o realtà?

Ad Agadir, Marocco, in questi giorni il vertice internazionale per trovare un punto di equilibrio tra l’economia ittica e l’ecosostenibilità

Scritto da il 23 febbraio 2016 alle 7:35 | 1 commento

Pesca e acquacoltura ecosostenibili. Utopia o realtà?

Photo: FAO


Il pesce è un alimento base nella dieta di molti popoli e forse non tutti sanno che, anche a seguito dell’intensificarsi dell’acquacoltura, la sua diffusione sulle tavole di tutto il mondo è quella con la più rapida crescita. Questo processo e la velocità con la quale si sta espandendo desta più di una preoccupazione (e interesse) da parte degli studiosi. Proprio in questi giorni ad Agadir, in Marocco, si incontrano le delegazioni di oltre 50 Paesi nell’appuntamento biennale organizzato dalla FAO, per la prima volta in Africa, per rivedere le pratiche commerciali e i modelli di sviluppo dell’acquacoltura e della pesca. Al vertice interverranno anche gli operatori del settore che oggi, numeri FAO alla mano, garantisce alla popolazione mondiale il 17% delle proteine animali e ai paesi in via di sviluppo proventi da esportazioni superiori a quelli ottenuti dal commercio della carne, del tabacco, del riso e dello zucchero messi insieme.

Lo scopo ultimo del dibattito sviluppatosi in sede FAO è quello di trovare un equilibrio tra le esigenze dei paesi in via di sviluppo di avviare un’economia legata alla pesca e alla itticoltura e, al contempo, garantire l’ecosostenibilità di tale processo.

Come? Il primo punto è assicurare la tracciabilità dei prodotti a partire dall’origine legale del pescato per poter arginare il fenomeno della pesca illegale. La più grande difficoltà consiste nel fatto che le fasi di produzione, lavorazione, trasformazione e consumo del pesce spesso si svolgono in paesi diversi e quindi la collaborazione e l’armonizzazione internazionale (anche delle certificazioni) risulteranno fondamentali per assicurare il successo di questi sforzi. Negli ultimi anni, ad esempio, va registrato un grande impegno a documentare la cattura del tonno.

Gran parte dell’aumento del settore ittico è frutto dell’acquacoltura che ha registrato una triplicazione della produzione negli ultimi vent’anni nonché un fatturato raddoppiato nell’ultima decade. L’acquacoltura, con i suoi ritmi prevedibili e la sua capacità di offrire prodotti standardizzati tutto l’anno, ha permesso un approccio di lungo termine e intensivo alle catene di approvvigionamento. Con una gestione efficiente è possibile minimizzare gli sprechi, migliorare la salubrità del prodotto, incentivare gli investimenti in impianti di stoccaggio refrigerati e ciò ha permesso ai mercati di vendita di pianificare e garantire l’acquisto dei prodotti assicurando il successo di tale settore. Va peraltro sottolineato che si è registrata l’avanzata degli operatori di grandi dimensioni a discapito delle piccole aziende.

A livello globale inizia però a diffondersi l’interesse affinché l’itticoltura avvenga in maniera ecosostenibile, tant’è che se l’Europa già da anni si è dotata di piani per lo sviluppo sostenibile di tale settore e nel 2016 nella medesima direzione hanno deciso di muoversi anche gli Stati Uniti. Un approccio in tali termini a livello globale potrebbe essere un passo non più rimandabile specie per la tutela della biodiversità delle aree in cui si sviluppano tali attività.

Anche per ciò che concerne la pesca di cattura, nell’appuntamento di questi giorni della FAO le prime impressioni sono assai positive: si registra, infatti, una pressione sempre maggiore affinché le pratiche di pesca siano realmente più sostenibili grazie all’eliminazione della pesca illegale all’adozione di migliori metodi di lavorazione e alla riduzione degli scarti e degli sprechi.

Politiche non più rinviabili a tutela dei mari e degli oceani, da un lato, e per evitare una drastica riduzione del pesce in un domani non troppo lontano…


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L'autore

Letizia Palmisano

Giornalista dal 2009, esperta di tematiche ambientali e “green” e social media manager. Collabora con alcune delle principali testate eco e scrive sul suo blog letiziapalmisano.it. È consulente sulla comunicazione 2.0 di aziende ed eventi green e docente di social media marketing. In 3 aggettivi: ecologista, netizen e locavora (quando si può).


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