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L’attrezzatura da pesca? Presto potrebbe essere biodegradabile

Attrezzature da spiaggia e da pesca finiscono spesso nei mari, andando a ingrossare la discarica marina

Scritto da il 16 febbraio 2016 alle 8:25 | 1 commento

L’attrezzatura da pesca? Presto potrebbe essere biodegradabile

Oceani e mari, da anni, sono invasi da nuove e pericolosissime specie marine alloctone: i rifiuti. Una delle “razze” più letali di questo genere di invasori è rappresentata dagli oggetti realizzati in plastica che tendono a mantenersi a galla, a sbrindellarsi ma non a biodegradarsi (se non, forse, dopo migliaia di anni). Purtroppo gran parte di questa “fauna” diventa talvolta il pasto fatale per molti animali che, scambiandoli per cibo, li ingurgitano o, altre volte, si trasformano in trappole mortali da cui pesci, tartarughe e uccelli non riescono a liberarsi.

Dando, poi, ragione al vecchio detto secondo il quale “ciò che non strozza, ingrassa”, anche se non (immediatamente) letali, le parti in plastica ingerite dalla fauna marina entrano comunque a far parte della (anche nostra) catena alimentare.

Che l’abbandono e la dispersione dei rifiuti siano oramai un problema a livello globale, in acqua e fuori, è oramai risaputo. D’altra parte, vi è chi lavora costantemente per cercare (quanto meno) di contenere il fenomeno o di capire come salvare il salvabile.

Tra le misure più importanti, ovviamente, v’è la riduzione a monte dei rifiuti e il riciclo di quante più materie prime seconde. Da qui lo studio sempre costante sui materiali, sulla loro resistenza e duttilità.

Un esempio negli ultimi anni è stata la normativa italiana sugli shopper monouso – resasi necessaria in un paese ove, quotidianamente, venivano distribuiti mediamente 30 milioni di buste di plastica – che prevede ad oggi la sola commercializzazione delle buste biodegradabili compostabili per le usa e getta.

La diffusione delle plastiche biodegradabili ha fatto nascere un dibattito sull’impatto delle stesse in mare.

A novembre, l’UNEP (United Nations Environment Programme), ha pubblicato il rapporto Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, concerns and impacts on marine environments, nel quale si dichiara che la biodegradazione dei polimeri usati per la produzione di tali shopper avverrebbe sostanzialmente solo industrialmente e che in mare, invece, il loro comportamento sarebbe paragonabile a quello delle normali plastiche.

Una teoria che non ha convinto tutti, in primis il consorzio di ricerca Open-Bio – il progetto finanziato dalla Commissione Europea per supportare azioni di standardizzazione, etichettatura e procurement dei prodotti biobased – che ha pubblicato un documento di risposta al report UNEP.

 

Fermo restando – come ha chiarito anche il consorzio – che la prevenzione del littering e la corretta gestione di tutti i rifiuti (compresi i biodegradabili) rimangono premesse irrinunciabili, Open-Bio ha precisato che le plastiche realmente biodegradabili possono avere un ruolo fondamentale nella tutela ambientale marina. Questo perché “prove di laboratorio effettuate sotto la supervisione dell’Istituto Italiano dei Plastici (IIP) e verificate da Certiquality nell’ambito del Programma pilota della Commissione Europea “Environmental Technology Verification” (ETV) hanno evidenziato che campioni di materiali plastici a base di Mater-Bi® esposti a sedimenti marini prelevati dalla zona litoranea si biodegradano in tempi relativamente brevi, riducendo il tempo di permanenza del prodotto nell’ambiente marino a meno di un anno”, come ricorda il progetto europeo Life Ghost.

Quale potrebbe esserne allora l’applicazione pratica? Secondo Open-bio, si dovrebbe utilizzare le plastiche biodegradabili per realizzare quei prodotti la cui dispersione in mare è certa o altamente probabile come, ad esempio, le attrezzature per la pesca, la piscicoltura, quelle da spiaggia e via dicendo.

Non a caso al terzo meeting del progetto GHOST la Novamont, azienda italiana leader mondiale nella produzione e studio delle bioplastiche, ha presentato le calze per mitili realizzate in Mater-bi, ancora in fase di sperimentazione, che presto potrebbero essere impiegate nelle mitilicolture.

Per un made in italy alla difesa dei mari del pianeta.


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L'autore

Letizia Palmisano

Giornalista dal 2009, esperta di tematiche ambientali e “green” e social media manager. Collabora con alcune delle principali testate eco e scrive sul suo blog letiziapalmisano.it. È consulente sulla comunicazione 2.0 di aziende ed eventi green e docente di social media marketing. In 3 aggettivi: ecologista, netizen e locavora (quando si può).


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