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Sen: speriamo che io me la cavo

Una strategia energetica poco strategica che fotografa il presente senza grandi ambizioni. Questa è la Sen presentata da Governo

Una strategia "fumogena". Così si potrebbe chiamare la nuova Sen (Strategia Energetica nazione) che è stata presentata la settimana scorsa. La ricetta è semplice. Rinnovabili business as usual, o quasi, molto gas naturale, per "salvare" 21 GW d'investimenti sbagliati fatti negli ultimi anni, un desiderio che rimarrà con ogni probabilità d'auto elettriche al 10% il tutto condito che un'uscita, lenta, dell'Italia dal carbone.

Insomma una strategia che "fotografa" l'esistente, non osa, rinvia i problemi e offre uno scenario di poca innovazione. Analizziamo la questione del carbone che nella Sen rappresenta il vero specchietto delle allodole. Oggi l'Italia ha quattro centrali termoelettriche a carbone che al 2030 avranno tutte "almeno" 25 anni di vita, ossia si troveranno vicine alla necessità di una radicale trasformazione dovuta alla fine del ciclo degli impianti che è di solito per l'appunto i 25 anni. Semplice quindi andare a una futura, se sarà necessaria, sostituzione del carbone, che nel 2015, secondo il Gse ha rappresentato il 19,6% della produzione elettrica, contro il 29,3 del gas naturale e il 41,6% delle rinnovabili. Si tratta in realtà di un phase out "fisiologico" che potrebbe favorire le fonti rinnovabili, mentre si sceglie il gas naturale.

Per il quale,oltretutto, c'è l'introduzione del capacity market che anche se è aperto alle rinnovabili è in realtà dedicato agli impianti a ciclo combinato al fine di preservare il parco da 21 GWe esistente e addirittura di favorire nuovi impianti a metano. Nelle slide presentate dal ministro Calenda, infatti, si legge a questo proposito: «garantire agli investitori stabilità nel medio-lungo termine evitando l'uscita di ulteriori impianti termoelettrici importanti per il sistema e sostenendo la realizzazione degli investimenti ancora necessari». Molto, ma molto chiaro. E del resto l'attività del governo e la sua passione per il gas naturale sono chiari anche sotto il profilo degli approvvigionamenti di gas naturale. Tutta l'attività di Eni, oggi è su questo fronte e la tenacia con la quale si difende un investimento di lungo periodo come quello del metanodotto Tap, nonostante questa opera abbia dei problemi notevoli sul fronte della stabilità geopolitica dell'approvvigionamento, la dicono lunga sull'atteggiamento dell'esecutivo.

E vediamo ora il capitolo mobilità. Il passaggio all'elettrico a queste condizioni è letteralmente un libro dei sogni. Secondo l’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano nel 2016 in Italia sono stato venduti 2.560 veicoli elettrici, per un valore di 75 milioni di euro senza alcuna crescita rispetto al 2015. Tradotto: il 0,1% del mercato. Ora che ciò si traduca nel 10% al 2030 senza interventi strutturali radicali e con atti seri di politica industriale è, per l'appunto un libro dei sogni, visto che tra tredici anni si dovrebbe avere un mercato moltiplicato per un fattore 100. E il governo "spera" nel destino. Nelle slide della Sen, infatti si legge: «il miglioramento atteso dei parametri di performance delle batterie e lo sviluppo delle infrastrutture permetteranno aumento naturale della penetrazione di ibride plug-in e 100% elettriche ben oltre il 10% al 2030». Insomma sarà l'evoluzione delle batterie a far raggiungere l'obiettivo per la mobilità elettrica, nel quale, come stampella "ortopedica" propedeutica al suo raggiungimento sono stati inseriti anche i veicoli, ibridi, purchè abbiano la "spina". Una concezione dello sviluppo della mobilità sostenibile ancora una volta orientata ai fossili. Oltre a ciò si nota, sulla mobilità sostenibile, che allo stato attuale l'unico sviluppo sul fronte industriale non arriva dal governo, ma da Enel che ha varato il proprio piano di sviluppo della mobilità elettrica che prevede l'installazione di 20mila colonnine di ricarica in tutta Italia autonomamente, mentre c'è il vuoto assoluto sul fronte dell'esecutivo che mette in campo solo degli incentivi, ipotetici, i quali come tutti gli incentivi provocheranno solo ed esclusivamente dei fenomeni di stop and go, in grado di favorire costruttori esteri di auto elettriche e non la produzione nazionale che avrebbe bisogno di uno sviluppo del mercato interno, stabile, il cosiddetto "zoccolo duro" da cui partire.

E l'insipienza del governo è tale che anche sul fronte della mobilità a gas -  che se è da fonte fossile abbatte gli inquinanti del 75%, mentre se è biogas è al 100% rinnovabile - non si parla del rafforzamento della rete di distribuzione del metano, i cui punti vendita, oggi, sono poco meno di 1.200 a fronte dei quasi 4.000 a Gpl e dei 21.000 di benzina e gasolio. Una "mancanza" grave visto che misure in questo senso potrebbero rafforzare l'industria del retrofit delle autovetture a benzina, i cui produttori italiani sono primi al mondo, e gli artigiani installatori che sono diffusi sul territorio. Sviluppando economie interne e locali e abbattendo in maniera rilevante gli inquinanti che assediano le nostre città. Oltre a ciò il retrofit a metano, magari bio, delle autovetture a benzina più obsolete consentirebbe di allungare il fine vita delle auto a benzina imposto dalle ordinanze comunali, non obbligando i cittadini meno abbienti a esborsi notevoli per cambiarle in una fase di transizione. Insomma anche quando ci sarebbe da difendere "interessi fossili" a ragion veduta la nuova Sen sembra non funzionare. Ora per ulteriori considerazioni non resta che aspettare il testo definitivo che sarà in consultazione per 30 giorni. Un lasso di tempo che molti osservatori trovano troppo breve. Insomma una Sen che più che una strategia sembra essere un blando documento d'indirizzo senza grandi ambizioni ispirato da una logica del tipo: "Io speriamo che me la cavo", dal libro del maestro elementare Marcello D'Orta.

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metano | rinnovabil | sen

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Autore

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris, nato a Vercelli nel 1960 è giornalista professionista e scrive di scienza, tecnologia, energia e ambiente. È direttore della rivista QualEnergia, del portale QualEnergia.it e rubrichista del mensile di Legambiente La Nuova Ecologia. Ha curato oltre cinquanta documentari, per il canale di Rai Educational Explora la Tv delle scienze. Collabora con svariate testate sia specializzate, sia generaliste. Recentemente ha riscoperto la propria passione per la motocicletta ed è divenatato felice possessore di una Moto Guzzi Le Mans III del 1983. Il sito web di Sergio Ferraris, giornalista scientifico. 

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