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Quando l’impianto è quasi un’impresa | Tekneco

burocrazia fuori controllo

Quando l’impianto è quasi un’impresa

Complicazioni burocratiche, spezzettamento di competenze e interpretazioni non univoche. Secondo Ater i problemi riguardano persino le piccole installazioni

Scritto da il 16 aprile 2015 alle 8:00 | 0 commenti

Quando l’impianto è quasi un’impresa

Installare un impianto da fonti rinnovabili nella propria abitazione, potrebbe pensare un non addetto ai lavori, dovrebbe essere relativamente semplice, vista anche la crescente diffusione di pannelli solari e pale eoliche. Magari qualcuno può avere avuto anche la tentazione di fare tutto da solo, acquistando i materiali necessari da qualche elettricista di fiducia e inoltrando direttamente la domanda al proprio fornitore di elettricità. In realtà, nonostante la diffusione delle fonti rinnovabili sia a parole auspicata dallo Stato, in Italia, come da tradizione secolare, c’è da fare i conti con una burocrazia complessa, che rende praticamente impossibile al cittadino comune avviare in solitaria un progetto di questo tipo. Come racconta infatti Simone Bonacini, membro del Consiglio Direttivo di Ater (associazione tecnici energie rinnovabili) “Gli ostacoli sono sicuramente troppi. Il percorso è articolato e varia fortemente in funzione del tipo di impianto e della potenza dello stesso. Una delle casistiche più ‘semplici’ è rappresentata da impianti fotovoltaici con potenza inferiore ai 20 kW. In questo caso è necessario interfacciarsi con una serie di soggetti: innanzitutto Comune, anche se in alcune zone del Paese esistono portali specifici su cui operare. Ad esempio il ‘MUTA’ per la regione Lombardia. In secondo luogo il distributore di rete (ad esempio Enel). Poi occorre avere a che fare con il gestore di rete Terna e il Gse, per la gestione dello Scambio sul posto e del Ritiro dedicato. Il caso ideale e meno gravoso si riferisce a un impianto installato in un’area e/o edificio privi di vincoli ambientali e architettonici. Impianti di taglia superiore, invece, richiedono autorizzazioni all’esercizio rilasciate dall’Agenzia delle Dogane competente”. Ovviamente, esistono delle differenze nel percorso autorizzativo anche tra le diverse tecnologie rinnovabili: poiché una centrale a biomassa da un MW e un impianto fotovoltaico della stessa taglia realizzato su un capannone industriale non possono essere assimilabili, così come sono molto diversi tra loro un impianto idroelettrico e uno eolico. Alcuni impianti, dunque, sono più semplici da realizzare rispetto ad altri in termini di minori vincoli burocratici: “Sicuramente gli impianti fotovoltaici sono tra i meno complessi. La tecnologia fotovoltaica è, senza dubbio, la più distribuita sul territorio proprio per la sua relativa capacità di integrarsi con il contesto ambientale, senza impattare in modo significativo. Un impianto fotovoltaico non emette emissioni in atmosfera, non produce rumore significativo, non sfrutta risorse quali acqua o biomassa. È pertanto accessibile da una fetta più ampia della popolazione ed è contestualmente più accettato dalla popolazione stessa. Sono rari (seppur presenti) i casi di sindrome Nimby correlati al fotovoltaico”. L’elenco dei soggetti coinvolti fatto in precedenza, dunque, per quelle altre fonti più critiche dal punto di vista autorizzativo (ad esempio idroelettrico), si allunga, invece, in una spirale districabile solo dopo mesi d’attesa. Si rischia di avere a che fare con provincia, regione, ministero dello Sviluppo economico, ministero Telecomunicazioni, Telecom, Snam (rete gas), soprintendenze, agenzie del territorio, Forestali, vigili del fuoco, agenzie marittime. In generale, però, ci sono tutta una serie di problemi e ostacoli che accomunano le diverse fonti: come detto, l’eccessiva frammentazione degli enti coinvolti e l’elevato carico burocratico, anche per piccoli interventi. Senza contare la possibilità della variabilità di interpretazione, su tematiche simili, da parte degli enti preposti a seconda delle aree geografiche. A tutto questo vanno aggiunti i continui cambiamenti di norme e legislazioni, che rendono il quadro ove operare ancora più confuso e l’assenza di tempistiche certe (o comunque tempistiche troppo lunghe) in molti percorsi autorizzativi. Tanto che, nella realizzazione concreta di un impianto da fonti pulite, secondo i tecnici del settore la vera problematica non è rappresenta dalle richieste dei clienti: “Riteniamo che la difficoltà maggiore sia nei tempi d’esecuzione. Talvolta la realizzazione fisica dell’impianto è la cosa più rapida. In termini di materiali e apparecchiature parliamo di tecnologie mature, pertanto le soluzioni impiantistiche per far fronte alle richieste della clientela si trovano. Gli scogli burocratici, invece, sono spesso incontrollabili anche dal tecnico più esperto. Bastano aggiornamenti o variazioni di un portale informativo, tra quelli citati, a vanificare la programmazione temporale di un intervento. Un altro aspetto importante è l’approccio semplicistico ai temi delle rinnovabili, dove spesso prevale il ‘sentito dire’ rispetto ad una vera formazione culturale; non è facile per la persona comune distinguere chi parla per competenza”, spiega l’esponente di Ater. Secondo cui non esiste una ricetta migliore delle altre per affrontare efficacemente questo ingorgo burocratico: “A livello pratico non vi è una ricetta per affrontare efficacemente il problema. Giocano certamente un ruolo importante la conoscenza della normativa e del territorio, oltre che dei funzionari coinvolti nel processo. Il lavoro del tecnico si è complicato considerevolmente nell’arco di pochissimi lustri. Le tanto promesse semplificazioni si riducono spesso a slogan o a normative disattese dagli stessi enti che le devono rendere esecutive”. Sullo sfondo c’è poi la recente modifica delle norme sulla valutazione d’impatto ambientale introdotte dal decreto Competitività, che rischia di cambiare “Tutto riguardo l’eolico, molto sul fotovoltaico se lo si considera un impianto industriale. Il problema è in parte legato alle definizioni che sono utilizzate all’interno della norma, ma moltissimo nasce anche da coloro che in una definizione vedono cose che in realtà sono altro. Nel Decreto legislativo 152/2006 le definizioni di ‘un impianto industriale’ o una ‘centrale di produzione di energia’ sono relative a sistemi di produzione che nulla hanno a che fare con il fotovoltaico che produce in modo pulito energia elettrica. Mai prima della modifica del testo nel 2014 erano stati associati a questo. Inserire in certe definizioni gli impianti a fonti rinnovabile è, dal nostro punto di vista, una forzatura inqualificabile”. La progettazione di impianti da fonti pulite, inoltre, deve fare i conti anche con alcuni problemi di natura tecnica, primo tra tutti quello della congestione: secondo Ater esistono ancora determinate aree denominate “rosse” dove l’infrastruttura di Enel distribuzione o di Terna è ferma sugli investimenti da anni. “La rivoluzione delle rinnovabili ha portato un oggettivo problema ai gestori di rete che avevano strutturato la stessa solo per utenze passive. L’esplosione delle installazioni di impianti fotovoltaici ed eolici ha di fatto saturato molte aree, rendendo difficoltoso o impossibile allacciare nuovi impianti. La gestione della rete elettrica dovrà cambiare radicalmente, trasformando l’arcaico sistema ‘centralizzato’ in un sistema ‘distribuito’ improntato all’efficienza, le reti elettriche dovranno essere intelligenti (smart-grid) e i sistemi di accumulo di energia elettrica raddoppieranno l’efficacia delle fonti rinnovabili”, spiega Bonacini. Di fondamentale importanza, in questo contesto così complesso, è il ruolo del tecnico, che è chiamato a coordinare e gestire l’attività su più livelli. In prima battuta, a fronte dell’estrema variabilità normativa soprattutto da un punto di vista locale, il tecnico deve accertare la fattibilità dell’intervento, abbandonando totalmente qualsiasi velleità commerciale. Questo significa anche la possibilità di non procedere alla realizzazione dell’impianto, anche per ragioni ambientali (ombreggiamenti, assenza di vento, scarsa portata del flusso d’acqua…). Solo in un successivo momento si può consigliare il proprio cliente nella scelta dei materiali da porre in opera, proponendo solamente soluzioni efficaci volte a garantire la massima funzionalità dell’impianto e la sua durabilità nel tempo. Cosa dovrebbe fare la politica per rendere la vita più semplice a tecnici e comuni cittadini? Le richieste di Ater sono numerose, tra cui quella di attivare il portale unico previsto dal Testo coordinato del Decreto legge 24 giugno 2014, n. 91 articolo 30 comma 1 dove si indica la data del 01-10-2014 per attivare un sistema univoco di gestione dei dati per la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili. Ma a parte le leggi in sé, è importante anche la loro interpretazione: “Occorre mettersi d’accordo sulle classificazioni ed evitare che per un ufficio una cosa sia verde mentre per un altro sia marrone. Creare linee guida nazionali per impianti rinnovabili che obblighi il burocrate locale a non valutare cose secondo il suo personalissimo gusto estetico…. Il progetto più ambizioso è quello di unificare i portali informatici Gse – Terna – Enel – Agenzia delle Dogane, in modo che i dati relativi a qualsiasi impianto siano univoci, trasparenti e inseriti in un unico database nazionale senza possibilità di equivoci, errori e complicazioni”, conclude Bonacini.

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L'autore

Gianluigi Torchiani

Giornalista classe 1981, cagliaritano doc ormai trapiantato a Milano dal 2006. Da diversi anni si interessa del mondo dell’energia e dell'ambiente, con un particolare focus sulle fonti rinnovabili


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