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La casa dei nostri sogni | Tekneco

Tekneco #16 - Domotica

La casa dei nostri sogni

Wi-Fi, efficienza energetica, smart cities e altri termini di questo tipo stanno diventando sempre più frequenti nella nostra vita quotidiana

Scritto da il 20 agosto 2014 alle 8:00 | 0 commenti

La casa dei nostri sogni

Correvano i primi anni Novanta. I telefoni cellulari, mattoni del peso di circa un chilogrammo, erano definiti “telefonini” e i personal computer “viaggiavano” ancora a una velocità che si misurava in decine di megahertz, mentre oggi siamo alle migliaia di megahertz, e già all’epoca serpeggiava tra gli addetti ai lavori la parola “domotica”, ossia l’applicazione dell’informatica e dell’elettronica nelle abitazioni e più in generale negli edifici. Erano gli anni in cui si era appena compiuta la “rivoluzione” informatica nel mondo del lavoro, con le fabbriche che scoprivano e usavano i robot, le imprese tessili nostrane diventavano globali grazie alle prime reti informatiche e, più in generale, si scopriva il valore dell’informatica distribuita, anche nelle piccole realtà del terziario. Così si pensò, a ragione, che anche dentro alle mura di casa potesse arrivare questa rivoluzione, complice la miniaturizzazione sempre più spinta dell’elettronica di consumo. L’Italia all’epoca aveva i numeri per fare ciò, se si pensa che era tutta italiana la prima azienda che, nel 1994, propose il primo sistema integrato tra personal computer e abitazione, avevamo ancora un’industria informatica di primo livello come l’Olivetti, mentre il principale fabbricante mondiale di circuiti integrati per le telecomunicazioni produceva alle porte di Milano. Eppure mentre l’informatica andava avanti, passando dalle decine alle centinaia di megahertz in pochi anni, la rete informatica mutava pelle, diventando il web come lo conosciamo oggi e i sistemi operativi abbandonavano definitivamente la linea di comando, le promesse della domotica rimanevano sulla carta, le tecnologie c’erano – a dire il vero i prezzi sia degli apparati, sia delle installazioni erano e probabilmente sono ancora troppo alti – così come anche le applicazioni, ma c’era poco, anzi pochissimo, sviluppo. Al punto che alcuni produttori hanno, all’inizio degli anni 2000, tirato il freno, rimanendo sul mercato, ma aspettando qualche cambiamento di scenario. I motivi di questo fenomeno sono sostanzialmente tre. Il primo è di sicuro legato al prezzo del cablaggio interno delle abitazioni che, fino a quando è stato fatto con il rame, la rete Lan per intendersi, ha avuto dei costi non indifferenti che hanno rappresentato una barriera d’ingresso di sicuro importante. Il secondo motivo è da ricercarsi in uno sviluppo di servizi la cui utilità, fino quando sono rimasti isolati l’uno dall’altro, è stata giudicata dalle famiglie poco più che un gadget. Il terzo, infine, è relativo alla scarsa percezione circa l’importanza degli impianti elettrici che spesso hanno, nelle abitazioni, una vita media più che doppia rispetto a quelli idraulici, cosa che ha trascinato con sé anche la domotica. A ciò dobbiamo aggiungere anche una componente squisitamente tecnologica legata al fatto che si è combattuta, e si combatte ancora oggi, una “guerra”, legata agli standard di connessione che, anziché imporre un cartello di grandi produttori, ha in realtà frenato il mercato. Così come, di sicuro, non hanno fatto bene alla domotica le comunicazioni su prodotti mirabolanti e futuribili, quali il Wc che fa le analisi delle urine e le trasmette automaticamente, via e-mail, al medico e tutta una serie di gadget simili. Oltre a ciò, bisogna dire che spesso, a parte dispositivi particolari, l’esigenza di accendere una luce da una stanza a un’altra, oppure di creare diverse “atmosfere” negli ambienti grazie a un tablet, non è esattamente un’esigenza prioritaria per la maggioranza delle famiglie che si affidano ancora oggi al buon vecchio interruttore, magari collegato a un relè, per le accensioni multipunto.

Ma negli ultimi anni due fattori stanno cambiando le cose. L’efficienza energetica e la comunicazione wireless, o meglio lo standard Wi-Fi che non essendo proprietario si sta diffondendo a macchia d’olio. L’efficientamento energetico degli edifici, infatti, non passa solo ed esclusivamente dal miglioramento delle caratteristiche “passive” degli edifici, come l’isolamento termico, ma anche dall’ottimizzazione dei sistemi che, più diventano intelligenti, integrando le varie fonti e rendendo disponibili servizi quando servono realmente, più consentono di risparmiare. E su questo fronte la domotica domestica seguirà, presto o tardi, ciò che sta succedendo nelle industrie, dove l’integrazione dei processi è già avanzata, ma saranno necessarie nuove figure professionali in grado di fare vera integrazione di sistemi sotto il profilo energetico. Non sarà facile far lavorare il termoidraulico con l’elettricista, interfacciandosi magari con il bioarchitetto. Il rischio, infatti, sarà quello di privilegiare un aspetto a discapito di un altro a seconda delle professionalità predominanti. Per esempio, si potrebbe essere portati a sovradimensionare un impianto fotovoltaico per utilizzare il riscaldamento elettrico, quando magari si potrebbero ottenere migliori risultati riservando una porzione del proprio tetto al solare termico, oltre che al fotovoltaico. E gli esempi di questo tipo potrebbero essere svariate decine.

Sul fronte del Wi-Fi, invece, arriverà l’abbattimento dei costi legati alla stesura delle linee Bus, con un grande incremento di flessibilità. I device di controllo Wi-Fi, infatti, non sono più legati a una linea Bus, ma possono essere autonomi dall’allaccio fisico alla linea dati e, sempre più spesso, anche dalla rete elettrica se non devono, come nel caso delle valvole termostatiche, gestire potenza elettrica. Oltre a ciò, il Wi-Fi consente di interfacciare qualsiasi dispositivo per il controllo, come tablet e smartphone, consentendo anche un controllo agevole da qualsiasi punto dell’abitazione. Ma non basta. Alcuni sistemi di controllo permettono di accedere ai sistemi interni all’abitazione anche dall’esterno, attraverso la rete internet, consentendo settaggi, comandi e regolazioni da remoto. Il Wi-Fi dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, portare verso soluzioni open source con un unico protocollo di comunicazione, svincolando gli utenti dall’utilizzo di periferiche di una determinata azienda che magari ha prodotto tutto il sistema.

Inoltre c’è da considerare il fatto che l’utenza in questo campo è poco influenzabile dalle mode e bada più alla sostanza, tendenza che è stata poco seguita dai produttori di sistemi che da oltre un decennio puntano sul “life style” per la diffusione dei sistemi domotici, ignorando il fatto che le famiglie hanno premiato ciò che hanno ritenuto più utile, come i sistemi di sorveglianza intelligenti e consultabili da remoto, rispetto ai giochi di luce comandati da un touch screen. L’efficienza energetica “intelligente” dovrebbe, quindi, dare un’utilità anche economica ai sistemi domotici, accelerandone lo sviluppo già in atto, anche se a macchia di leopardo. L’integrazione di sistema di un singolo pezzo della gestione energetica di un’abitazione, infatti, dovrebbe “dialogare” con tutta una serie di sistemi, integrati o integrabili, che tengano conto di una lunga serie di parametri rilevabili sia all’interno che all’esterno dell’edificio. Decidere che esiste potenza termica sufficiente dai pannelli solari evitando di accendere una caldaia a condensazione e mettere tutto ciò in relazione al fatto che in quelle ore l’edificio non è abitato – e quindi procedere all’accumulo – non è cosa da poco, e parliamo “solo” di termico.

Altro grande problema della domotica è quello delle interfacce, spesso diverse a seconda dei sistemi che si utilizzano, che buona parte dei fruitori ritengono complesse, al punto da rappresentare una vera e propria barriera per l’introduzione di queste tecnologie, specialmente quando si parla delle fasce di popolazione come gli anziani. L’introduzione di device sufficientemente standard, come smartphone e tablet, per la gestione dei sistemi domotici dovrebbe, anche in questo caso il condizionale è d’obbligo, semplificare il problema rispetto ai display Lcd dedicati e proprietari. La scommessa è quella di rendere comprensibile una serie di parametri tecnici ai quali molti utenti non sono nemmeno lontanamente abituati. Già la differenza tra kW e kWh è un aspetto sul quale molti cadono, ma quando ci si addentra in dati come MJ o kcal/Nm³ la situazione si complica. Si tratta, infatti, di far coesistere, in un’unica interfaccia, dati tra i più disparati che devono essere settati almeno una volta l’anno, e se ci sono già difficoltà nella programmazione di un normale cronotermostato figuriamoci cosa succede con i sistemi più complessi.

Una soluzione potrebbe arrivare dalla gestione da remoto da parte delle utilities fornitrici d’energia, grazie a quello che è considerato da tutti gli analisti del mondo dell’energia un grande plus dell’Italia: la diffusione massiccia dei contatori elettronici. In Italia, infatti, siamo un passo avanti rispetto alle smart cities proprio grazie all’installazione massiccia che si è fatta negli scorsi anni dei contatori elettronici in oltre trenta milioni di famiglie. Per ora si parla “solo” di utilizzo di questi sistemi in funzione dei servizi di rete per il suo bilanciamento, ma in parecchi pensano alla possibilità di poter avere un accumulo diffuso di potenza per la ricarica delle auto elettriche quando queste non sono utilizzate, oppure di gestione intelligente della generazione distribuita da fotovoltaico o da microcogenerazione. Di sicuro la cosiddetta “internet of things” favorirà un salto qualitativo alla domotica, anche se la relazione con la sostenibilità sarà comunque problematica. La tentazione di sfruttare la domotica domestica per indurre in nuovi consumi sarà comunque molto alta, come, del resto, quella di introdurre innovazioni un poco alla volta per far “consumare” dispositivi e servizi con una dinamica simile a quella dell’informatica di massa degli anni passati. Si tratta di uno sviluppo che potrebbe portare i possibili utenti a non installare sistemi che, nelle configurazioni più complete, ancora oggi costano svariate decine di migliaia di euro. La chiave per una buona penetrazione dei sistemi domotici potrebbe essere quella dello sviluppo in chiave totalmente aperta, sia per quanto riguarda i protocolli e i software, sia per l’hardware, e qui alcune proposte interessanti arrivano dal mondo dell’open source che sta facendo sperimentazioni con il microcontrollore Arduino che ha il vantaggio di essere completamente configurabile senza dover pagare royalties e brevetti. Intorno ad Arduino potrebbero muoversi i makers digitali del 3D per “vestire” la domotica su misura del cliente. E non si tratta di implementazioni dilettantesche o sperimentali. Arduino, infatti, è utilizzato da molte piccole e medie imprese in tutto il mondo: è entrato, infatti, nel decimo anno di vita, mentre i makers digitali 3D si stanno imponendo nella realizzazione di piccole serie di qualità che hanno ottimi riscontri di mercato. Il problema vero è se si troverà un’azienda, o meglio una serie di aziende, che sposeranno questa filosofia, l’Italia potrebbe essere in pole position, considerando che Arduino è una creazione tutta nostrana, mentre molte aziende sparse per lo Stivale già realizzano la componentistica per la domotica. Il problema, però, è il solito: fare sistema e rete.

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L'autore

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris, nato a Vercelli nel 1960 è giornalista professionista e scrive di scienza, tecnologia, energia e ambiente. È direttore della rivista QualEnergia, del portale QualEnergia.it e rubrichista del mensile di Legambiente La Nuova Ecologia. Ha curato oltre cinquanta documentari, per il canale di Rai Educational Explora la Tv delle scienze. Collabora con svariate testate sia specializzate, sia generaliste. Recentemente ha riscoperto la propria passione per la motocicletta ed è divenatato felice possessore di una Moto Guzzi Le Mans III del 1983.


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