Intervista Lipu

Un mondo di biodiversità da scoprire e tutelare: gli uccelli che vivono in Italia

Urbanizzazione e cambiamenti climatici, ecco come cambiano le specie di uccelli che vivono nel Belpaese. Intervista a Fulvio Mamone Capria

Scritto da il 11 marzo 2016 alle 7:00 | 0 commenti

Un mondo di biodiversità da scoprire e tutelare: gli uccelli che vivono in Italia

Sono oltre 500 le specie di uccelli che vivono nel nostro Paese. Negli ultimi 20 anni, tra urbanizzazione e cambiamenti climatici, alcune specie sono diventate a rischio estinzione mentre altre, arrivate da luoghi lontani, si sono organizzate in colonie stanziali: un vero e proprio ecosistema che continua a mutare. Per saperne di più abbiamo intervistato Fulvio Mamone Capria, presidente della Lipu “l’associazione per la conservazione della natura, la tutela della biodiversità, la promozione della cultura ecologica in Italia”.

Quali sono ad oggi le attività della Lipu in Italia?Da 51 anni manteniamo inalterato l’impegno di proteggere gli uccelli selvatici e le rotte migratorie. Abbiamo inoltre approvato un documento strategico con impegni concreti fino al 2020, affrontando le emergenze su cambiamenti climatici, consumo suolo, attacco alle aree protette, reti ecologiche da rafforzare, agricoltura di qualità da tutelare, specie selvatiche a rischio di estinzione o minacciate. Quindi, oltre alla gestione di oasi, riserve e centri recupero della fauna selvatica, stiamo investendo risorse in formazione e sensibilizzazione dei giovani e dei cittadini ad una nuova cultura ecologica.

Quante specie di uccelli si registrano ad ora in Italia?

In Italia sono state osservate 548 specie di uccelli, di queste oltre 250 sono nidificanti. L’Italia si conferma un’importante tappa sulle rotte di migrazione di tante specie che, sia in primavera che in autunno, si spostano da sud a nord e viceversa tra l’Europa e l’Africa. Alcune specie, definite migratori di lungo raggio o transhariane, raggiungono le foreste tropicali interne dell’Africa centrale come le rondini o anche il Sud Africa. I falchi della Regina addirittura il Madagascar!

Negli ultimi 20 anni sono arrivate nuove specie e si sono estinte specie autoctone?

Alcune specie autoctone non godono di un buono stato di conservazione e risultano a rischio di estinzione: come il Grifone, il Gipeto e il Capovaccaio (appartenenti al gruppo degli avvoltoi), l’Aquila di Bonelli, il Forapaglie comune. Altre specie, fuggite dalla cattività, come il Parrocchetto monaco e il Parrocchetto dal Collare si sono adattati a vivere nelle ville e nei parchi delle principali città italiane.

Fulvio Mamone Capria – presidente Lipu – Arch. Lipu

La responsabilità dei mutamenti è causata dai cambiamenti climatici o all’enorme crescita delle città?

Le città diventano sempre più ospitali per diverse specie che si spostano dalle aree agricole in cerca di rifugi sicuri, cibo, pericoli ridotti, assenza della caccia. Per alcune specie i cambiamenti climatici creano condizioni sempre più favorevoli alla loro sopravvivenza, per altre, soprattutto per i migratori a lungo raggio che arrivano prima nei territori riproduttivi e quindi anticipano la partenza dalle aree di svernamento, ci sono grandi problemi di sopravvivenza. Da un ventennio queste variazioni alle migrazioni vengono attentamente studiate dai ricercatori europei per capire l’adattabilità delle specie ad un clima sempre più caldo.

Nelle città la continua urbanizzazione sta facendo sparire intere aree verdi. Quanto nuoce agli uccelli?

Gli interventi di urbanizzazione e la conseguenza perdita di suolo agricolo (nell’ordine di 8 m²/secondo, circa 70 ha/giorno), delle periferie agricole delle città (a causa degli oneri d’urbanizzazione che finiscono nelle casse comunali) riducono le zone a disposizione degli animali selvatici e aumentano la frammentazione degli habitat. Questo è un problema enorme per gruppi come gli anfibi, i rettili e gli stessi mammiferi che rischiano di restare isolati con una carenza di dispersione e di riduzione dei processi di scambio genetico tra popolazioni differenti. Anche con il rischio di estinzione per alcuni esseri viventi.

La falconeria, secondo la Lipu non è uno strumento ecologico di allontanamento delle specie (es. i piccioni). Peraltro, forse non tutti sanno che la falconeria è anche uno strumento di caccia… può spiegarci i motivi della contrarietà?

Innanzitutto educativo. Possedere una specie animale per farne un trofeo vivo, anche se nato in cattività, spinge soprattutto i giovani all’emulazione di un comportamento innaturale: nel terzo millennio la detenzione di un falco per scopi amatoriali è inaccettabile. Aggiungo che la necessità di nuovi individui, per incrociare le specie allevate, spinge molti falconieri a richiedere al mercato clandestino uccelli rubati dai nidi. E’ accaduto pochi anni fa per alcune aquile di Bonelli rubate giovanissime in Sicilia o per i falchi pellegrini e i lanari, una specie di falconi forme molto raro. Noi chiediamo ai cittadini e ai ragazzi di prendere un binocolo e osservare i rapaci liberi in natura, senza possederli!

Ad oggi la Lipu quanti volontari conta?

Almeno 800 attivisti volontari che, ogni giorno, difendono gli animali selvatici o un habitat o un diritto ambientale. Contiamo un centinaio di delegazioni e gruppi attivi in tutta Italia.

Non solo volontariato… vi è anche chi è riuscito a coniugare la passione con l’ecolavoro. Può dirci quali sono le figure professionali principali che lavorano nella Lipu?

Per gestire un’associazione nazionale molto radicata c’è necessità anche di uno staff professionale e appassionato che aiuti e sostenga il volontariato nelle azioni complesse. I 70 dipendenti di LIPU gestiscono le 31 oasi e riserve nazionali, i centri di recupero della fauna selvatica, gli uffici centrali a Parma e quelli periferici di Roma e Milano con grandissima abnegazione. Ci tengo a dare un’immagine corretta della LIPU a partire dalla dignità del lavoro, solo così posso chiedere a tutti di fare grandi sacrifici per una mission così bella e importante.


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L'autore

Letizia Palmisano

Giornalista dal 2009, esperta di tematiche ambientali e “green” e social media manager. Collabora con alcune delle principali testate eco e scrive sul suo blog letiziapalmisano.it. È consulente sulla comunicazione 2.0 di aziende ed eventi green e docente di social media marketing. In 3 aggettivi: ecologista, netizen e locavora (quando si può).


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