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Buste in plastica, shopper in MaterBi o sporte in tessuto? | Tekneco

Buste in plastica, shopper in MaterBi o sporte in tessuto?

Una guida alla scelta consapevole tra rispetto dell’ambiente e comodità nei consumi

Scritto da il 25 maggio 2011 alle 9:12 | 4 Commenti

Buste in  plastica, shopper in MaterBi o sporte in tessuto?

Photo: Arbel Egger


I sacchetti biodegradabili non sembrano risolvere la problematica dell’eliminazione dei dell’impatto ambientale provocato dalle buste usa e getta. Il divieto di commercializzare quelli in polietilene, scattato dal 1 gennaio 2011, sostituendoli con quelli biodegradabili, rappresenta un falsa soluzione. Gli shopper biodegradabili, hanno un deludente rapporto qualità-prezzo, scarsa resistenza e odore sgradevole. Il loro ciclo di vita non è completamente sostenibile e non sembrano ridurre la percentuale di utilizzo procapite del sacchetto usa e getta. A questi capi d’accusa si aggiunge l’aggravante della necessità di acquistare, comunque, i resistenti sacchetti in plastica per la spazzatura. «C’è una non conoscenza dell’impatto ambientale che provoca l’usa e getta, anche quello dei sacchetti bio» commenta Silvia Ricci coordinatrice della Campagna Porta la sporta. «Questo è il punto cruciale. La gente si preoccupa che il sacchetto sparisca rapidamente dalla vista, ma non si preoccupa del ciclo di vita», constata il chimico Ugo Bardi.

La questione degli odori

Il signore con la giacca blu, che fa la fila alla cassa del supermercato, rimprovera la moglie perché “colpevole” di aver dimenticato, pigramente, i sacchetti biodegradabili a casa. Lei, seccamente, risponde più o meno così: puzzano, non sono abituata a mettere i sacchetti per la spesa in borsa e se anche lo avessi fatto, ora sarebbero già rotti. Infine, aggiunge, che anche lui avrebbe potuto ricordarsene. Questo episodio è una perfetta sintesi di tutta la faccenda sacchetti biodegradabili sì, sacchetti biodegradabili no. Di seguito abbiamo voluto approfondire degli aspetti essenziali che sono, forse, rimasti in secondo piano.  

I materiali che compongono le buste biodegradabili

I nuovi shopper sono in bioplastica, precisamente in MaterBi, materiale proveniente dal mais con tracce di sostanze derivanti dai combustibili fossili. Un esperto del settore che vuole restare anonimo  afferma: «In linea generale i materiali biodegradabili (meglio compostabili) sono blend dove una componente è un amido: mais, patate ad esempio. L’altra componente è un poliestere di origine fossile (leggi petrolio), e questo materiale è chiamato ecoflex. Per essere chiari il MaterBi è composto da un amido di mais più ecoflex».

Ugo Bardi, docente di chimica fisica presso l’Università di Firenze, chiarisce che: «Esistono plastiche dette “biodegradabili” anche se sono di origine petrolchimica. La loro caratteristica è di sminuzzarsi rapidamente e sparire dalla vista. Lontano dagli occhi, tuttavia, non vuol dire che scompaiano totalmente. Risolvono un problema estetico ma non sono una soluzione ai veri problemi. Sono, detto francamente, un imbroglio». Il MaterBi è sì un materiale a base biologica quasi al 100 per cento e la sua degradazione è totale nel giro di pochi mesi, ma, sottolinea Bardi, « non lo possiamo definire come completamente sostenibile in quanto la sua produzione si basa comunque sui combustibili fossili,  necessari per la coltivazione del mais».

Tempi di biodegradabilità

Se i materiali sono a base biologica, devono scomparire alla fine del ciclo naturale, questo è il principio della produzione chimica di materiali definiti biodegradabili. Bardi ha controllato la decomposizione dei sacchetti in MaterBi nella sua compostiera domestica elettrica e ha notato che non si degradano perfettamente perché rimangono dei residui. La spiegazione la fornisce lui stesso: «Un sacchetto in MaterBi è fatto per essere degradato rapidamente in un sistema di compostaggio industriale a temperature di 50 gradi, circa. Messo in una compostatore domestico, come ho fatto io, non si degrada molto bene anche se è comunque soggetto a una degradazione più rapida rispetto a quella di un sacchetto tradizionale. In natura, dovrebbe sparire in poche settimane, dipende dalle condizioni».

Maurizio Rapellini osserva: «La norma Uni En 13.432 del 2002 alla quale si fa riferimento per la biodegradabilità, definisce le condizioni che sono da laboratorio quindi difficilmente replicabili in natura». Paolo Ghidini presidente della Gfg Ghidini, azienda specializzata nella produzione di sacchi per l’immondizia in plastica ecocompatibili e biocompatibili, per quanto riguarda i loro prodotti in Plamid™ (materiale costituito solo da amido di mais), spiega che: «I tempi di biodegradabilità del Plamid™ dipendono dall’utilizzo a cui è destinato e nella fase di post consumo dalle condizioni climatiche a cui è esposto, non lascia residui, trattandosi di amido di mais.»

Il Governo ha attuato una soluzione parziale al problema plastica

Il divieto ministeriale sulla commercializzazione dei vecchi sacchetti in plastica ha fatto passare il messaggio dell’importanza della sostituzione dei sacchetti inquinanti in polietilene, con gli shopper in bioplastica perché a basso impatto ambientale.  Per il Ministero dell’Ambiente, la riduzione della presenza delle tonnellate di plastica si risolve con il divieto per i sacchetti. Manca, tuttavia, un’emanazione di decreti attuativi o di circolari informative che specifichino l’applicazione di sanzioni, i comparti del commercio che verranno interessati dal provvedimento, e soprattutto manca informazione e sensibilizzazione sui danni ambientali dell’usa e getta.

Nonostante la carenza di iniziative istituzionali, esistono iniziative rivolte alla salvaguardia ambientale. La Campagna Nazionale Porta la Sporta è una di queste. Promossa dall’Associazione Comuni Virtuosi è nata nel 2009 per dimostrare come sia facile modificare stili di vita errati, semplicemente diventando consapevoli dei danni ambientali che produciamo. Sono partirti proprio dalla battaglia al sacchetto e dall’importanza fondamentale del riutilizzo di quest’ultimo. Loro lo chiamano sporta termine originario soprattutto dell’Emila Romagna, adesso invece ha raggiunto una diffusione nazionale «abbiamo capito che l’iniziativa girava, quando sui giornali provenienti da diversi parti dell’Italia, iniziava a essere utilizzata la parola sporta. Anche se probabilmente non tutti i giornalisti erano a conoscenza della Campagna Porta la sporta, per noi è stata una prova di trasmissione del nostro messaggio» spiega Silvia Ricci.

L’inchiesta proseguirà domani


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L'autore

Anna Simone

Anna Simone è una Sociologa Ambientale e si occupa di tematiche ambientali dal punto di vista sociale e culturale, contestualizzando quello che succede al posto in cui è successo per comprenderlo, analizzarlo e spiegarlo. È autrice del blog Ecospiragli.


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